prime riflessioni sbertoliane 2012

Come sosteneva Gilles Deleuze occorre produrre cultura non “per” gli altri ma “al posto” degli altri, per chi non può farlo per ignoranza, per violenza, per disinteresse. Questo rimane il compito.

INTERVENTI PUBBLICI

Pavel Manta

(Attvista)

Ben Venuti a Riapriteci il manicomio.

Che le Ville Sbertoli siano un patrimonio della città abbandonato ed in disuso è chiaro a tutti. La cosa particolare di quest’area è che è sempre rimasta nel dimenticatoio di questa città, tant’è che anche il comune quando si è attivato per fare un percorso partecipativo ha ben pensato di chiamare il progetto “Le Ville Sbertoli, la città ed il percorso”. Secondo me, cogliendo la distanza che nel tempo si era frapposta tra questo luogo ed il resto del mondo esterno. Forse per l’origine di questo posto, che era un’ex manicomio.

Tanto per farla breve, noi abbiamo iniziato questo percorso alle ville, l’anno scorso con l’idea di mettere un po di attenzione sull’area, facendo un percorso che fosse di riscoperta del luogo e di riflessione intorno alle tematiche che comunque suggeriscono il luogo stesso. Quest’anno invece l’intenzione è di passare a un momento più progettuale, l’idea è quella di creare un lavoro collettivo per il recupero ed il ripensamento di tutta la cittadella. In questa occasione potrete ascoltare alcune di queste proposte per far conoscere, diffondere e trovare altre persone disposte ad interagire e ad inserirsi nel collettivo di progettazione.

Ci muoviamo, stiamo muovendo in autonomia, anche se il comune è informato sulle nostre attività e siamo aperti ad ogni sorta di apertura verso enti privati e non.

Sulla parete ed in basso ad essa ci sono una serie di materiali che riguardano sia le ville che alcuni spunti sull’utilizzo della città e della speculazione edilizia, e cose del genere. Ho attaccato il progetto partecipativo delle ville, finanziato e coordinato dal comune, costato circa 91.200 euro che serviva a fare un sondaggio tra la popolazione, che in realtà erano persone scelte di associazioni, gruppi, dell’Ordine degli Architetti e altri addetti ai lavori – sentendo così il loro parere, per poi decidere cosa farne di queste ville. Viene così fuori la relazione finale che fa da la linea guida per la realizzazione del regolamento urbanistico, che per quest’area è abbastanza recente (del 2010). Esso prevede il riutilizzo degli spazi per attività sociali-artistiche-educative; la possibilità di farci attrezzature extra alberghiere, che significa ostello più tosto che foresteria; l’utilizzo dell’aria per esercizi di vicinato, come potrebbe essere un bar aperto alle attività realizzate nell’area. Comunque anche se il regolamento urbanistico, lascia la porta aperta un po a tutto si capisce bene che il recupero è improntato verso uno scopo pubblico, con la possibilità di fare usufruire l’intera area a tutta la cittadinanza. Sempre appese troverete le cartine che fanno capire quali sono gli edifici da recuperare e quali da abbattere, e la loro destinazione d’uso.

Tutto questo, perché ci preme dire che nell’area è già previsto un recupero urbanistico per uso sociale. Ed il nostro intento è un po quello di proseguire il percorso avviato dalla precedente amministrazione, proponendo idee e contenuti, ma soprattutto usando fisicamente (già da ora) questo luogo, cosa che effettivamente non è, ma al contrario come si vede e completamente lasciata al declino. Una delle inquietudini che ultimamente turbano questo luogo, è la corrente di pensiero che esso sia utilizzato come “una sorta di forziere d’oro” per poter acquisiresoldi e pagare la realizzazione del nuovo ospedale. Quindi, soggetto al momento del bisogno alla svendita. Tralasciando gli ultimi fatti sulla direzione A.s.l. che a noi non interessano, siamo venuti qua per fare in modo che esse non vengano date con facilità al miglior offerente (sempre che così si possa dire). Desideriamo che vengano utilizzate, come da lascito Sbertoli, storico proprietario dell’intera area, che donò questa struttura alla Provincia proprio per l’uso che ne fu fatto per anni, come casa di cura e poi manicomio, proprio perché il figlio era soggetto a problematiche di tipo psichiatrico, e voleva mantenerlo dopo la sua morte, in luogo sicuro. Non fra intendete, non vogliamo riaprire il manicomio, anche se il titolo dell’iniziativa ne riprende la dicitura come pura provocazione, ma semplicemente, evidenziare il suo scopo iniziale, cioè l’utilizzo pubblico e non privato. Certo non era scritto nelle memorie del signor Sbertoli che fossero previste attività culturali o artistiche, ma sicuramente si sotto intende che queste proposte siano molto più coerenti e vicine ad esse, più, di qualsiasi progettazione di tipo alberghiero, o abitativo “di un certo livello”, come villette o residence, o quant’altro di simile ed affine a questo tipo di operazione.

Se volete tra tutti i materiali, che potete guardare liberamente, troverete alcuni progetti del Cohousing Toscana, una conferenza fiorentina sul rapporto tra “povertà del pubblico e gestione dei beni pubblici a favore di privati” e altri spunti di riflessione che riguardano la tematica. A questo punto penso di aver detto, tutto quello che potevo dire e vi lascio al percorso della giornata. Grazie.

Dottoressa Uderzo

(Psichiatra ed ex lavoratrice delle Ville)

Ho lavorato qui dall’inizio del ’72 alla fine dell’83, venivo dall’ospedale di Padova, e qui mi trovai molto male. Non sapevo da chi imparare, ero ancora giovane e potevo imparare, però i primari che c’erano lasciavano molto a desiderare. 

Dopo poco sono andata in depressione acuta, non è diventata cronica perché ho trovato la via, ma sennò .. era un affar serio.

Vi potrei raccontare degli aneddoti che veramente spaventano. Veramente spaventano, se si pensa a chi erano affidati i nostri concittadini, i nostri cari magari.

Una delle prime visite che feci qua, prima di avere la risposta del concorso, per restare, fu quella di Villa Zalla, che era una villa per persone lungodegenti non più severa di questa. Andai per parlare con il primario il quale mi disse: “venga venga che le faccio vedere!”. Si salivano le scale e c’erano persone che salivano e scendevano perché era un reparto di lungodegenti che però potevano andare al bar, potevano anche avere il loro gattino, per dire .. da allevare, e mentre salivamo le scale, vedo quest’uomo col camice tutto preciso, che fa “Plululululu” (fa un gesto con le mani) .. vede quella lì, ha gli spiriti, bisogna salutarla così! Ecco .. quel giorno lì non so come ho fatto a tornare a casa.

 Un altro primario era in quella villa dove ci sono gli archi, l’edificio che si vede anche da Pistoia, quella mastodontica, che ho sentito dire a qualcuno di voi, apparentemente florida ma in grande stato di decadimento, ecco, questa che si chiama Villa Tanzi, perché Tanzi era il neurologo che ci ha lavorato. Lì mi successe che una volta mentre ero di guardia .. vidi dei gatti girare col collo, mencio e con le palpebre a mezz’asta, e non capivo come mai … solo dopo scoprì che il primario provava su di loro l’Argatil, un farmaco che si usava a quei tempi, per sedare chi rompeva i lampadari, o si agitava troppo. Insomma .. per dire che magari un paziente era solo stressato e aveva bisogno di sfogarsi in qualche modo ma subito, veniva trattato con quel farmaco e tutto tornava in tranquillità. Era il periodo della sperimentazione coatta. Tutto era lecito. 

 Bè, una volta, lo dicevo anche a uno di voi degli organizzatori .. ero di guardia e fui chiamata in quel reparto e più o meno era l’ora di pranzo, la cosa era seria, per cui non ricordo bene se c’era da dare dei punti a qualcuno che era caduto, perché c’erano anche epilettici ricoverati, quindi in casi di crisi epilettica magari qualcuno cadeva sul termosifone, si faceva un taglio e bisognava cucire. Mi ricordo solo che mi ci volle un po’ di tempo. Per fortuna non eravamo sempre in balia delle urgenze infatti ognuno di noi medici o infermieri, si occupava sia dei reparti molto chiusi che di quelli molto aperti .. questo per dare respiro a chi ci lavorava e anche per non morire di depressione. Perché la vita che si faceva al suo interno era molto dura. Insomma quel giorno mi stuppii perché all’assemblea del primo pomeriggio erano presenti tutti i degenti. cosa strana perché solitamente se ne vedevano un terzo o la metà quando pioveva. Qualcuno andava allo spaccio a prendere il caffè, o prendersi le cose o alla televisione perché c’era il circolo sociale vicino dove c’erano anche dei ritrovi. Ma quel giorno erano lì tutti presenti. 

 Ma mentre mi rendo conto di questo e mi chiedo “Come mai .. come mai questo qua che da farmaci così pesanti riesce ad avere persone così responsabili da farli venire al 100% in assemblea?”. Allora son lì che penso questo e mentre mi faccio le mie filosofie, mi chiama il portiere .. questo perché il telefono non era collegato con i reparti e bisognava andare in portineria per telefonare. Faccio per andare fuori e non riesco ad aprire le porte, erano tutte chiuse. Lì mi spiegai come mai queste persone, sembravano così interessate all’assemblea, erano obbligate. Questo per dire come era la situazione, ecco!

Quindi era veramente una cosa penosa. 

C’era qualche reparto come ad esempio il reparto osservazione di Villa Serena, che è quell’edificio in stile liberty, andando in giù, vicino alla vasca con le rane. Questa struttura era una specie di mulino che accettava chi era in disagio magari temporaneo, e si cercava di ristrutturarlo, di rinforzarlo, per poi farlo uscire. Il responsabile era il primario che aveva anche questa Villa Zalla e per fortuna il personale era molto ricettivo all’idea di far star meglio le persone. Per esempio nel mese di luglio-agosto venivano ricoverate anche persone che avevano i familiari in villeggiatura, però i molti casi erano molto dipendenti, nel senso che erano allettati o stavano tutto il giorno di fronte al cancello, dicendo “venite a prendermi! venite a prendermi!”, questo all’inizio. Grazie all’attività delle personale riuscivamo a mandarli tutti a casa, molto più corroborati di quando erano arrivati. Ed era questa la nostra ambizione. E questa è Villa Serena negli anni d’oro.

A Pistoia il direttore e la direzione psichiatrica facevano da padroni ed erano in parte amministrativi, in parte sanitari e non intervenivano mai direttamente sulle cure delle persone o per lo meno qui, a Padova era diverso perché le vedute erano più chiare ed aperte. L’unica cosa strana è che il primario, che fungeva da braccio destro della direzione aveva il potere di cambiare o per meglio dire di manomettere, il nostro lavoro. Somministrando a nostra insaputa altri farmaci, su quelli già dati ai pazienti e comportandosi di conseguenza in modo scorretto e sporco. 

Un giorno arrivò a sconvolgere lo scarso equilibrio che già c’era tra i vari colleghi, un primario igienista, che non era contemplato nell’organico dell’ospedale psichiatrico. Un dipendente comunale addetto alle vaccinazioni dei bambini. Probabilmente fu mandato qua per la sua pignoleria, ma soprattutto per sbarazzarsi (in un certo senso) di lui. Non avendo un ruolo ben specifico, se ne inventò uno, iniziando a far diminuire i gatti, nonostante se per molti pazienti questi animali erano una ragione di vita. Questo atto proseguì fino a quando non fu chiamata la macchina accalappia cani per far sparire tutti i gatti, con la scusa che avevano la scabbia, anche se in verità era una menzogna. Come reazione una notte che ero di guardia, uscì, andai al muro che era situato vicino alla direzione ed iniziai a disegnare un bel tondo, con la coda, poi sopra un tondo più piccolo, gli occhi mesti, gli orecchi, le zampine e sotto ci scrissi “monumento ai caduti”. D quel giorno i gatti non vennero più ammazzati. E quella fu una delle soddisfazioni.

Altre cose che posso dire, sono rispetto al lavoro che si cominciò a fare. Dopo questo periodo di primari un po antiquati vennero assunte nuove leve, tra questi ci su un mio collega, molto in gamba. Persino con l’economo aveva pazienza e costanza nel richiedere le cose. E grazie a lui si riuscirono ad avere degli strumenti di comunicazione, sia utili al singolo che alla collettività. Molte volte vivevamo una situazione dove tutti erano estranei, molte volte i pazienti non conoscevano nemmeno il nome del compagno/a di tavolo. Quindi c’era un’isolamento assoluto, da fare impressione. Invece ordinando dei pennarelli, ordinando del materiale cartaceo, delle cose per esprimersi – ci fu questa folata di rinnovamento, per cui molte persone iniziarono ad esprimere i loro sogni. Nel fra tempo ci fu anche un’elargizione da parte dello Stato, con la pensione di invalidità, perché fino a quei tempi questo tipo di disagio, cioè quello mentale, non era riconosciuto nei disagi indennizzabili. A questa politica di ampliamento dei confini, facendo entrare al suo interno anche la città: furono inventate le corse degli autobus (che avevano il loro capolinea proprio nella piazzetta principale) in modo da attivare anche i pazienti con più libertà; furono installati diversi telefoni, così che ognuno chiamasse i loro familiari; e altre cose, facendo in modo che l’isolamento iniziasse a disgregarsi. Ed è proprio in questi lavori dettati della nuova visione psichiatrica che mi ricordo di una signora che era in manicomio dall’età di nove anni e mezzo. Cioè una bambina di quell’età era già giudicabile come pericolosa per se e per gli altri, o almeno così era dichiarato nei suoi documenti clinici. Proveniva da un collegio e molto probabilmente sobillava qualcun’altro, insomma era una bambina vivace e così fu rinchiusa. Quando la conobbi io aveva 45 anni. Un giorno cominciò a dire che il suo sogno era viaggiare e quando gli arrivò la pensione, incominciò a viaggiare veramente. E girava per l’Italia, dal nord al sud, da Bolzano a Trapani .. e durante uno di questi viaggi, conobbe un uomo molto bello e distinto, forte, che abitava a Bologna. Insomma si fidanzarono e lei andò a vivere con lui. Ma la sua uscita dal manicomio fu molto drammatica, perché oramai sentiva queste mura come la sua casa, ed il primario come suo padre. Il giorno della sua partenza fece una sceneggiata adolescenziale come per abbandonare i propri genitori, insomma l’inizio di una fuga. Ed il primario si comportò proprio come un padre, dandogli uno schiaffo. E lei con la valigia già pronta in mano esclamò << Ecco adesso me ne vado!>>. E così se ne andò. Un giorno mi invitò anche ad andarla a trovare e lei mi fece il pollo arrosto con le patatine. Purtroppo dopo qualche anno morì di un tumore, però per lo meno passò gli ultimi dieci anni della sua vita Felice. E di queste storie d’amore ce ne sono molte. 

Ad esempio in quelle due ville lì (indicando il padiglione dei partigiani), erano i reparti dei segregati che come nei manicomi criminali avevano un pertugio sulla porta, per passare il cibo. Con condizioni igieniche tremende, con un buco per terra per i bisogni, un tavolaccio per dormire, ed in certi di queste stanze c’erano dei materassi alle pareti perché qualcuno di loro picchiava sempre la testa. Il reparto era diviso da un muro, che distingueva il reparto femminile da quello maschile. In questo muro si era formata una crepa, che con il tempo venne scavata dai pazienti, fino ad allargarla quel che bastava, per far passare dei bigliettini. Per fortuna quel muro fu abbattuto in seguito da un primario Basagliano, che stimavo molto. Prima di quel giorno, nel mio reparto c’era un uomo di una cinquantina d’anni, un poeta che quando lo trovavi al bar, invece di dirti <>, diceva <>. Ecco .. era un tipo così. Lui era ricoverato perché era un conte, ultimo di cinque fratelli, che alla maggior età lo avevano relegato quassù per non spartir l’eredità con lui. Insomma in quasi tutte le storie cliniche che ho visto, che uno arrivava qui a furia di essere estromesso, prima in piccole frazioni di azioni, di potere .. cioè il potere dell’altro gli toglieva una piccola fetta del suo potere .. e questi hanno sempre acconsentito, magari per essere amati “bella fregatura” e questo probabilmente aveva fatto proprio così. Fin da piccolo aveva acconsentito a perdere una fettina di potere in ragione degli altri. Alcuni miei colleghi mi hanno raccontato che lui un giorno sentì la voce di una donna dell’altra parte del muro, e riconobbe in questa voce la figlia della lavandaia della sua casa, Per cui si cominciarono a chiamare e loro erano una di quelle coppie che si passavano i bigliettini. Quando ci fu il periodo, prima detto, della liberalizzazione, loro chiederono di andare a vivere da soli, e così successe. Vennero persino comprati dei mini appartamenti per queste persone, e io li incontravo sempre per strada. Mi ricordo che erano una coppia particolarissima, sembravano un fumetto dei mie tempi, lui con la bombetta in testa e lei mingherlina.

Le storie come ho già detto, sarebbero tantissime, ma vi racconto quest’ultima perché mi sembra anch’essa memorabile e poi vi lascio andare. C’era questa ragazza sordo muta, che era ricoverata a Villa Cerletti (quella di fronte alla statua di Galileo Galilei), adesso ha una sessantina d’anni, ma a quei tempi ne avrà avuti 26/27, 28 a dir tanto. Periodicamente la legavano sempre, perché agitata. Quando arrivavo la trovavo sempre con la camicia di forza e la bava alla bocca .. insomma, passa una volta, passano due, ad un certo punto prendo la cartella e guardo e vedo che questi attacchi sono legate ad alcune feste comandate, come quella di San Carlo (lei si chiama Carla), o dopo natale, o dopo pasqua. Allora parlando con il primario ci accorgiamo che le crisi sono sempre cadenzate, e ragionandoci sopra arrivammo alla conclusione che la colpa poteva essere attribuita alla mancanza di visite, da parte dei familiari. Allora ci si mette in contatto, con loro. Diceva sempre che non voleva stare qua dentro, ma che voleva uscire per studiare, per coincidenza la coop. Campo San Piero aveva indetto dei corsi per segretarie d’azienda .. allora lei prendeva sempre l’autobus per andarli a seguire, si comprò una macchina da scrivere e di notte scriveva. E nonostante fosse sordo muta imparò anche il tedesco. Un giorno disse <>, e così fece. Il problema erano le sorelle, che avevano vergogna di lei. Per fortuna una volta maritate, attraverso un discorso del primario e rabbonita dagli incentivi statali, decise di accoglierla. Anche lei lo incontrata per diversi anni sul l’autobus.

Io dentro questo complesso manicomiale  sono sempre stata un assistenze, è sempre stata una mia scelta, ho preferito così. Perché grazie allo stato, ogni volta che riuscivi a fare qualcosa di buono, appena cambiava, ti stravolgevano tutto e ti levavano anche quel poco che ti avevano dato in precedenza.

Insomma, queste sono le mie memorie, e probabilmente quando me ne andrò me ne verranno in mente altre e mi rammaricherò di non avervi vicini .. ma voi sarete felici che avrò smesso di parlare.

Antonio Sammartino

(Garante dei Detenuti in semi libertà)

Sono stato nominato il 20 Marzo di questo anno dal Consiglio comunale di Pistoia garante delle persone private della libertà personale. Sono da più di 10 anni che frequento la casa circondariale di Pistoia in qualità di volontario e operatore sociale occupandomi d’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art. 4 legge 381/91), tra queste anche i detenuti che possono accedere alle misure alternative alla pena detentiva.

Il carcere di Pistoia, come tutti i carceri d’Italia, soffre del problema del sovraffollamento. Attualmente a Pistoia, abbiamo 150 detenuti, su una capienza tollerabile di 75 reclusi. Per dare una rappresentazione della situazione che non sia solo numerica: in una cella di 7mq sono ristretti nel vero senso della parola 3 persone. Questo significa che con i letti posizionati alle pareti ed un tavolino nel mezzo occorre fare a turno anche per stare in piedi. Tutto questo per 21 ore al giorno.

Le cause di questa situazione di sovraffollamento, a Pistoia come in altre parti d’Italia, possono essere individuate principalmente in tre leggi, che per ovvi motivi di tempo, mi limito solamente ad elencare:

 la legge Bossi/Fini che ha introdotto il reato di clandestinità;

la legge Fini/Giovanardi, che in sostanza equipara tutte le sostanze stupefacenti e punisce con il carcere anche la detenzione di piccoli quantitativi;

la legge ex Cirielli, da molti considerata incostituzionale, che blocca la concessione delle misure alternative per i recidivi, cioè coloro che hanno ricommesso un reato.

 Quindi 2 leggi che facilitano l’ingresso in carcere e una che blocca le possibili uscite. Un carcere che sta diventando sempre più una discarica sociale, di soggetti poveri, di tossicodipendenti, di stranieri, con reati di scarsa pericolosità sociale e con problematiche psico-sociali cui il carcere non può essere una risposta.

A fronte della situazione di sovraffollamento del carcere di Pistoia una proposta, prevista oltretutto dall’ordinamento penitenziario(Legge 26 luglio 1975, n. 354), avanzata dall’attuale provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Dott.ssa Giuffrida, è quella di trovare una collocazione esterna al carcere per l’attuale sezione dei semiliberi, garantendo la copertura degli operatori di polizia penitenziaria necessari al controllo durante le ore serali.

I semiliberi sono quei detenuti ammessi alle misure alternative alla pena detentiva, che durante la giornata svolgano attività lavorativa all’esterno e la sera rientrano in carcere. I semiliberi sono collocati attualmente all’interno del carcere di Pistoia in una sezione apposita, separata dalle altre sezioni, che può comprendere al massimo un numero di 10/12 detenuti. La sezione, non idonea, consiste in un camerone/corridoio di 44 mq con un’unica finestra nel bagno. Le finestre all’interno della camera non possiamo considerarli tali in quanto si affacciano in un ambiente chiuso utilizzato dal carcere come deposito/magazzino.

In sostanza si tratterebbe di trovare un ambiente di 150/200 mq che a titolo gratuito (in quanto il ministero di Grazie e Giustizia non ha fondi a disposizione) verrebbe destinato per accogliere 10 detenuti. Tale nuova sistemazione risponderebbe a due problemi: quello relativo al sovraffollamento alleggerendo il numero dei detenuti presenti nel carcere di Pistoia; quella di trovare una sistemazione esterna più idonea in quanto l’attuale collocazione non può essere considerata tale.

Una considerazione sulle misure alternative, di cui la semilibertà ne rappresenta una. Le altre sono la detenzione domiciliare e l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Le misure alternative alla pena detentiva che sono concesse a fronte di determinate garanzie dimostrate dai detenuti durante il periodo dell’espiazione della pena, sono le uniche misure che rispondono all’art. 27, quarto comma della carta costituzionale, che recita: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Se un detenuto prima del fine pena ha la possibilità di riconfrontarsi con il mondo esterno, riallacciando delle relazioni sociali e/o familiari positive; se ha la possibilità di essere supportato nella ricerca e nell’inserimento nel mondo del lavoro, è qui che viene svolta un’azione rieducativa, creando quelle condizioni culturali e materiali affinché vi siano minori probabilità che possa ricommettere un reato. La mia esperienza nell’accompagnamento lavorativo di persone svantaggiate, conferma che i detenuti sono coloro che per motivazioni e per capacità lavorative pregresse, sono coloro che in maggior numero, rispetto ad altre tipologie di utenze, trovano un’occupazione stabile al termine di un percorso, quale ad esempio quello del tirocinio aziendale, rinserendosi a pieno titolo nel tessuto sociale.

I dati ufficiali vanno in questa direzione: il 70% (7 su 10) di detenuti che scontano l’intera pena in carcere ricommettano reati; solamente il 20% (2 su 10) di detenuti che durante l’espiazione della pena sono ammessi alle misure alternative ricommettano reato.

Pertanto se vogliamo rieducare i detenuti e se vogliamo una società più sicura dobbiamo investire nelle misure alternative.

In questa prospettiva gli enti locali territoriali (Comune, Provincia, Asl) sono gli interlocutori principali.

Pensando al luogo in cui siamo oggi, sarebbe bello, importante, necessario, che possa diventare anche uno spazio in risposta alle problematiche riguardanti i detenuti della casa circondariale di Pistoia: sia per l’ambiente destinato ai semiliberi (cui sono al vaglio anche eventuali possibili altre soluzioni); ma sia anche per quello che le Ville Sbertoli potrebbero costituire anche come occasione per alcuni detenuti autorizzati a svolgere lavori in esterno, per essere ad esempio impiegati in attività (non ancora assegnate) riguardanti lavori di manutenzione ordinaria della struttura.

Luciano Michelacci

(Contadino)

Allegato due righe sul mio intervento del 24-06.

Trovo bello quello che avete organizzato, nonostante il caldo asfissiante il numero delle persone che hanno partecipato mi sembra buono.

Dal punto di vista emozionale, come pistoiese, ho trovato il luogo pesante e carico di incubi. Per i miei 63 anni le ville Sbertoli sono sempre state luogo di sopraffazioni e sofferenze. Sogno i prossimi incontri incentrati sul recupero di questo luogo con progetti umani e gioiosi, che questi posti vengano abitati da matti contenti (nel senso di persone che riescono a agire fuori dagli schemi).

Grazie per il vostro impegno

Proposta di utilizzo terreni demaniali abbandonati

A seguito della crisi ambientale, spirituale, economica che ha investito la terra, su suggerimento dell’associazione “Via Campesina” che indica il piccolo coltivatore come l’unica soluzione per riavvicinarsi alla natura e riappropriarsi della sovranità alimentare; si propone che chiunque desideri intraprendere la vita del contadino si faccia avanti. C’è un gruppo di 6 persone, per lo più pensionati, che ha dato la disponibilità ad appoggiare fattivamente tutti coloro che vogliono intraprendere questo percorso di vita che porta a:

Riappropriarsi dei terreni abbandonati, altrimenti destinati alla vendita come da intenzioni dell’attuale governo.

Intraprendere uno stile di vita umano.

In particolare le ville sbertoli, essendo vicine alla città, permettono un’interazione con coloro che vivono nella cerchia urbana. Ad esempio il cittadino può: comperare la verdura direttamente dal contadino; conoscere quali sono le verdure di stagione, che è di grande aiuto per la propria salute; conferire la parte dei rifiuti organici direttamente al contadino per trasformarli in concime, etc. in special modo per i bambini poter veder la natura in azione è di grande valore pedagogico.

In Pistoia mancano i produttori di verdure biologiche, questo significa che a seguito di una produzione di qualità e fatta in una rete di piccoli contadini sarà possibile per questi ricavarne un reddito, per le famiglie avere verdure di qualità a km 0.

Il progetto di tutto questo può essere elaborato solo con la partecipazione di tutti gli interessati,

Le implicazioni di una scelta di questo tipo nell’attuale società sono quanto di più rivoluzionario io conosca.

Alessio Bartolini

(Dottore Forestale)

Per una cultura della biodiversità 

Premessa 

Anche se il termine “biodiversità” è divenuto di uso comune, al di fuori di un ristretto ambito di addetti ai lavori, si ha in realtà una cognizione vaga del suo significato e dell’importanza che oggi assume l’ecologia della conservazione, cioè la disciplina che si occupa della tutela della biodiversità (divenuta recentemente anche materia di specifici corsi universitari). 

In sintesi il messaggio che oggi intendo inviare a chi mi ascolta consiste nella necessità, irrinunciabile per il futuro della vita su questo pianeta, che la biodiversità” divenga patrimonio di conoscenza di tutti; che si affermi cioè una diffusa cultura della biodiversità. 

La mia proposta finale consiste nel destinare alcuni spazi interni ed esterni del complesso delle Ville Sbertoli ad attività di educazione alla biodiversità e di fruizione della stessa, considerate le elevate potenzialità di questo luogo rispetto alla possibilità di realizzare un “sentiero natura” opportunamente attrezzato. Propongo inoltre che il recupero degli edifici, del parco e dei terreni, al di la della destinazione individuata, tenga debitamente conto del fatto che essi sono oggi dimora di numerose piante ed animali selvatici, che a seguito del loro abbandono vi si sono insediati. 

Il tempo a mia disposizione mi permette solo di fornire alcuni flash. 

I livelli della biodiversità 

Biodiversità significa diversità biologica, cioè la diversità degli organismi viventi a livello di 

di singoli individui; 

di specie; 

di ecosistemi, cioè di comunità di piante, animali e microrganismi in equilibrio dinamico con il loro ambiente fisico; 

di paesaggio, inteso come mosaico di ecosistemi, che nel corso degli ultimi millenni hanno subito modifiche più o meno profonde per effetto delle attività umane. 

Il termine non si limita ad indicare il numero e le caratteristiche (anche genetiche) degli organismi, ma tiene conto delle interazioni tra le specie e dei processi ecologici che legano i viventi agli inanimati elementi dell’ambiente. 

Biodiversità come ricchezza 

Il termine Bd è da associarsi alla parola “ricchezza”: da quando nella seconda metà del ‘700 il naturalista svedese Linneo ha iniziato a descrivere ed ordinare gli organismi viventi secondo un sistema di classificazione (tuttora invariato), sono state descritte oltre 1 milione di specie diverse, e le stime più ragionevoli suggeriscono che ve ne siano circa 10 volte tante (ogni anno ne vengono scoperte e classificate migliaia di nuove. Nella maggior parte dei casi di tratta di invertebrati, ma è frequente anche la scoperta di nuovi vertebrati). 

Anche se tendiamo ad interagire con pochissime specie diverse dalla nostra siamo continuamente circondati da piante, animali e microrganismi. Perfino quando dormiamo nel nostro letto centinaia di migliaia di acari “spazzini” si aggirano fra le lenzuola e si nutrono dei resti della nostra cute; per non parlare dei milioni di batteri che consentono al nostro intestino di funzionare al meglio. 

In questo parco ci sono in questo momento una trentina di specie di uccelli, centinaia di specie di piante, migliaia di specie di insetti, tanto per dare qualche ordine di grandezza. 

In realtà la nostra interazione a livello di specie con le altre specie è enorme ed è di segno prevalentemente negativo: il complesso delle attività dell’uomo, che è fonte sempre crescente di consumo di risorse e di contaminazione dell’acqua, del suolo e dell’atmosfera, genera una continua erosione di biodiversità a tutti i livelli. Anche l’uccisione diretta per scopi commerciali (e perfino venatori) sta mettendo a rischio un gran numero di specie. Fra queste gli squali e la tigre, animali antichissimi, congegnati alla perfezione nel loro ruolo di predatori (e spazzini), tanto da entrare nell’immaginario di tutti i popoli della terra: ebbene con questo livello di persecuzione né la tigre, né la maggior parte degli squali di interesse commerciale varcheranno la soglia del 2050. 

La necessità di adattarsi ad un mondo in continuo cambiamento 

150 anni fa Darwin enunciava la teoria della selezione naturale come meccanismo universale alla base della evoluzione degli organismi viventi; alcuni decenni dopo Mendel forniva gli elementi per comprendere le basi genetiche dell’evoluzione, che genera nuove specie. 

L’ambiente fisico cambia nel corso del tempo, si affermano gli individui, le specie e gli ecosistemi che in un determinato periodo (di diversa scala) si rivelano più adatti alle condizioni ambientali contingenti. La variabilità genetica è la riserva di informazione di cui la vita dispone per rispondere in maniera adattativa ai cambiamenti (maggiori sono le mie conoscenze meglio posso far fronte a situazioni diverse imprevedibili). Per questo prima di sbarazzarsi dei “meno adatti” (geni o specie) la natura ci pensa al lungo, spesso centinaia di migliaia di anni (perché lo scenario potrebbe di nuovo cambiare e quell’informazione risultare di nuovo preziosa).

Tempi biologici e tempi storici 

L’evoluzione richiede dei tempi tecnici. Prima che abbia luogo l’errore casuale che determina una variazione genetica positiva in termini adattativi, si hanno una grande quantità di “tentativi a vuoto” (gli errori a cui si fa riferimento sono principalmente quelli di trascrizione del DNA nella fase della meiosi del processo riproduttivo sessuale).

L’ambiente cambia, ma lentamente, di norma ci sono i tempi biologici per adeguarsi. A volte però possono esservi delle brusche accelerazioni. Ad esempio i repentini cambiamenti causati da un grande asteroide che ha colpito la terra circa 65 milioni di anni fa sono stati probabilmente la causa del “colpo di grazia” ai grandi rettili del giurassico (che però erano già da tempo in declino). Quando questo accade si verificano le “grandi estinzioni” e i paleontologi ci dicono che quella dei dinosauri è stata la quinta. I cambiamenti provocati dalle attività umane sono troppo veloci, non ci sono i tempi biologici per adattarsi. Per questo oggi ci troviamo nel pieno della 6° grande estinzione, per la prima volta (per quanto si sa) causata da una sola specie (che per giunta si autodefinisce “sapiens”).

Biodiversità come sostenibilità 

La selezione naturale evoca una legge spietata e crudele, dove il più adatto prevale sul meno adatto, che è destinato a soccombere. In realtà il processo necessità di tempi biologici e a livello di individui i meno adatti avranno “semplicemente” una minore possibilità statistica di trasmettere la propria informazione genetica (cioè un minore successo riproduttivo).

Ciò che in genere non si considera è invece il potenziale creativo (nell’accezione biblica del termine) della selezione naturale: milioni di specie diverse che occupano ogni angolo degli oceani e delle terre emerse e tutte insieme concorrono al mantenimento e al perfezionamento dei cicli biogeochimici del pianeta, che presiedono alla rinnovazione delle risorse naturali.

Se assumiamo ad esempio l’evoluzione di un ecosistema come una foresta, dall’insediamento dei primi vegetali pionieri (licheni, muschi e piante erbacee frugali) su un terreno nudo (ad esempio su di un’isola creata da una grande eruzione vulcanica) fino alla costituzione di manto vegetale stabile pluristratificato, si assisterà:

ad un costante incremento di specie animali e vegetali, ciascuna delle quali andrà ad occupare una nicchia ecologica diversa in modo da ridurre la competizione, ottimizzando lo sfruttamento delle risorse (ciò che costituirà “scarto” per alcuni, per altri sarà materia prima);

ad un incremento delle relazioni (con il prevalere di simbiosi, cioè di cooperazione, rispetto a parassitismo e predazione) e con esse del grado di resilienza dell’ecosistema, cioè della capacità di resistere a fattori turbativi;

ad un più favorevole ambiente di vita, per un miglioramento del microclima (mitigazione delle escursioni termiche, incremento delle piogge ecc.) e del suolo (migliore struttura, arricchimento di sostanza organica, maggiore capacità di ritenzione idrica ecc.);

Lo stadio finale, detto climax, vedrà le comunità vegetali ed animali più ricche e complesse in relazione alla potenziale disponibilità di risorse, catene efficienti di riciclaggio della materia ed una resilienza elevata che assicura una dinamica stabilità del sistema. Non a caso gran parte delle foreste primarie tropicali (o delle grandi barriere coralline) si sono originate milioni di anni fa e, Homo sapiens permettendo, potranno durare ancora altrettanto!

Una cultura della biodiversità è propedeutica ad una reale cultura della sostenibilità!

Lo stercorario e la savana africana: un esempio di relazioni 

Gli stercorari sono un ampio gruppo di insetti coprofagi appartenenti all’ordine dei coleotteri. Essi raccolgono lo sterco degli animali e lo trasportano nel terreno, prima che l’azoto in essi contenuto in forma volatile si disperda con la disidratazione degli escrementi. In questo modo forniscono cibo, oltre che a se stessi, ai decompositori del suolo e alle erbe della prateria. In loro assenza la savana africana non sarebbe in grado di sostenere le più imponenti mandrie di grandi erbivori della terra.

Varie specie di stercorario compiono lo stesso prezioso lavoro in questo parco.

Le conseguenze della perdita di biodiversità 

Ci sono molti buoni motivi per conservare la Bd. In primo luogo i cosiddetti servizi ecosistemici: gli oceani, i fiumi, le paludi, le praterie ecc. ci forniscono cibo, acqua, ossigeno, medicine, energia e materie prime. Ma occorre prestare attenzione ad utilizzare solo il surplus della produzione primaria (senza intaccare il capitale), e a creare processi ciclici, evitando di disperdere nell’ambiente scorie tossiche. Solo così potremo evitare di compromettere l’integrità degli ecosistemi.

Al contrario la guerra planetaria che l’uomo combatte contro la natura ha dei costi altissimi: desertificazione ed eventi climatici catastrofici, accumulo di sostanze tossiche nel suolo, nell’acqua e nell’aria, assottigliamento delle riserve di acqua dolce e cibo (cioè impoverimento degli ecosistemi su cui si basa la sopravvivenza di milioni di persone). E’ una guerra originata dall’imperativo imposto dall’economia dominante che occorre accrescere all’infinito la produzione ed il consumo di beni materiali (anche se del tutto superflui). Nonostante che questo generi evidenti e profondi squilibri sociali, conflitti bellici e catastrofi “naturali”, la crescita è il denominatore comune di tutte le culture politiche (ad eccezione di quella ecologista).

A livello globale la più grave conseguenza dell’uso sconsiderato delle risorse naturali è costituita dai cambiamenti climatici in atto. Essi sono legati a doppio filo alla perdita di biodiversità, che ne aggrava sia le cause che gli effetti.

La tecnologia associata alla cosiddetta green economy è necessaria, ma da sola non servirà ad evitare il collasso del sistema. Occorre cessare il consumo di suolo e ridurre i consumi di acqua e di ogni materia prima; occorre recuperare un legame stretto con la terra, puntando sulle produzioni locali con metodo biologico, e che si affermi una dieta essenzialmente vegetariana; occorre abbandonare l’uso dei combustibili fossili e prenderci cura degli ecosistemi naturali, cercando di porre rimedio ai danni arrecati (di questo si occupa l’ecologia della conservazione).

Educare alla bellezza (alcune proposte) 

Accanto ai suddetti motivi di carattere utilitaristico per cui è necessario tutelare la Bd, ve ne è un altro forse ancora più importante: la bellezza. La capacità di apprezzare la bellezza di un ambiente ricco di vita selvatica e di trarne una profonda sensazione di benessere psicofisico non è propria dei soli naturalisti, ma è ampiamente diffusa.

La piccola mostra esposta nella piazzetta delle Ville Sbertoli sulla biodiversità del territorio pistoiese (che comprende foto mie e di Samuele Pesce) si intitola “educare alla bellezza” e si apre con una frase di Peppino Impastato (riferita alla devastazione del paesaggio per finalità speculative): “se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà […]”.

La proposta che faccio è quella di dedicare uno spazio delle Ville all’educazione alla biodiversità, che è in fin dei conti educazione alla bellezza ed alla sostenibilità. E’ una proposta in un certo senso complementare a quella avanzata la settimana scorsa dall’artista Luigi Papotto di costituire una casa delle culture per l’insegnamento dell’arte. La Biodiversità interagisce con i saperi e le arti tradizionali al punto di esser un elemento primario dell’identità dei popoli.

Il parco si presta molto bene alla realizzazione di un percorso natura, attrezzato con elementi di arredo (cartellonistica illustrativa, nidi artificiali, teche con reperti ecc.) che aiutino a scoprire la Bd di questo luogo. Potrebbe inoltre essere realizzato un piccolo giardino dedicato alle farfalle (autoctone).

A seguito dell’abbandono il parco e gli edifici delle Ville Sbertoli sono state colonizzate da molti animali selvatici. Le stanze con le finestre aperte sono divenute ad esempio il luogo di riproduzione di rondini, allocchi, barbagianni e varie specie di chirotteri (pipistrelli). Esistono molte soluzioni tecniche – dall’installazione di nidi artificiali, alla predisposizione di spazi dedicati – per ristrutturare senza pregiudicare le possibilità di vita di questi animali. Si tratterebbe di un atto anche simbolico… di una grande rivoluzione in atto.

Papotto

(Docente, Artista)

Sembra proprio un piccolo palcoscenico e mi ricorda molto un’ installazione che ho fatto allo Spazio Liberato, quindi sono molto contento che abbia scelto per me Luca.

Io insegno al Liceo Artistico, sono un artista e faccio prevalentemente scultura, scultura polimaterica da trent’anni, mi occupo di materiali di recupero, quando il materiale di recupero non era insolito nei primi anni …. Fine anni ’70 e non… così come continuo a fare oggi, fortunatamente.

Luciano nell’intervento che ha fatto, ha parlato di bio-diversità, e il termine diversità è il termine chiave che io voglio utilizzare in qualche maniera, un po’, in questo dialogo fra me e voi, anche se a parlare tocca solamente a me.

Perché ho scelto la diversità? Perché, quando mi hanno invitato a dire qualcosa su un progetto possibile sulle Ville Sbertoli, io ho pensato a questo come il luogo della diversità in quanto luogo del disagio, luogo delle stigmatizzazioni.

Abbiamo sentito la professoressa Uderzo parlare di come qualche famiglia aveva addirittura pudore a far vedere che in casa propria c’era qualcuno che aveva disagi mentali.. forse perché questo poteva pregiudicare un possibile matrimonio.. si parlava di altre paure come quelle delle sorelle di questa ragazza di Montecatini, ecc. Quindi la diversità in qualche maniera vissuta da queste persone che vivevano questo luogo, che peraltro lo trovo bellissimo, lo vivevano nel disagio totale della pazzia e della follia, ma soprattutto nella vergogna dei familiari, che molte volte si scordavano di loro e nella paura di quello che erano e di quello che rappresentavano.

Io penso che siamo qua, affetti dallo stesso virus, cioè siamo un po’ folli. Folli perché si vuole in qualche maniera cambiare, cambiare qualcosa in una società che magari tende sempre a mantenere tutto quanto sotto controllo, tutto quanto in una maniera standardizzata.

L’intervento che voglio fare è questo:

Un luogo così bello, un luogo che ha visto dentro questi perimetri persone che attraverso piccoli elementi, come ad esempio alcuni interventi della dottoressa o di Ana Maria Costantini (artista e terapeuta) che attraverso l’uso pennarelli, di matite, e colori in genere hanno cominciato a far esprimere, agli ex pazienti ciò che avevano praticamente dentro. 

Cominciando a mettere a disposizione l’uno dell’altro quello che erano.

Questo è stato forse il punto di partenza che mi ha stimolato in qualche modo, ad essere protagonista di questo dialogo. Punto di partenza che ha origine circa un mesetto e mezzo fa nello Spazio Liberato quando dissi che sarebbe molto bello creare all’interno delle Ville Sbertoli dei laboratori. 

Io, naturalmente, facendo l’artista ed essendo un tecnico di vari materiali, mi piacerebbe molto mettere a disposizione di persone, che magari inaspettatamente pensano di non avere assolutamente capacità creative o capacità espressive, le mie conoscenze. E magari creando dei percorsi, o dei corsi, o semplicemente degli incontri a stretto contatto con persone che hanno più dimestichezza, che hanno più capacità espressive tutti possono ricavarne quella ricchezza che permette poi ad ogni individuo di dare, di ri-esprimere, di ridonare le proprie capacità. Cioè abbiamo visto come dei “matti” che stavano qua dentro in un certo momento con il pennarello hanno in qualche maniera restituito alla società la loro capacità creativa o comunque il loro modo di poter dare normalità, anche soltanto il loro concetto di normalità. 

Il termine di diversità, naturalmente, non è che cozza con il concetto di normalità. Normalità secondo me è qualcosa che va cercata. Io voglio, per questo voglio fortemente essere utile agli altri. per questo vorrei mettermi a disposizione d una comunità per creare all’interno di questo luogo, un luogo di creatività, un luogo dove artisti di vario tipo venissero a creare in ambiti di contaminazione ad ampio raggio. Per esempio, c’è chi fa teatro, c’è chi fa pittura, c’è chi fa video, video-arte, c’è chi fa scultura, c’è chi si esprime attraverso la fotografia, ecc. Sono tutti questi mondi espressivi che se riusciamo a metterli insieme probabilmente ne ricaveremo una tale energia, così forte, così potente da riuscire ad essere una bomba di innovazione. 

Scusatemi il termine, non amo molto il termine “bomba” ma in questo caso ci starebbe bene, no? 

Una bomba di innovazione .. in questo che dovrebbe sembrare un percorso normale, che invece non lo è! 

Chi vive il mondo dell’arte sa benissimo che tutti gli artisti lavorano quasi sempre per conto loro, chiusi nei loro studi, chiusi nelle loro “idee”, in “percorsi di creatività” personali. Tutto questo è di per sé bello, perché “quello che fa l’artista è bello”, ma a mio parere no fa quel salto di qualità che potrebbe fare chi si mette in una capacità di sporcarsi, di contaminarsi con l’altro. E l’altro da noi è sempre diverso, ecco perché il termine di “diversità” ritorna.

Ecco, la mia idea è essenzialmente questa, mettermi a disposizione di chi praticamente riesce a ricavare quella linfa espressiva, per rigenerare “un nuovo a se stesso”.

 Oggi vorrei ricordare, proprio per chiudere il concetto di diversità, Alan Turing.

Fu un grandissimo uomo, che, dopo tutto quello che aveva fatto per l’Inghilterra e per il mondo intero, è stato costretto a causa della sua omosessualità, ad una violenza da parte del governo inglese – che invece da lui aveva ricevuto un grandissimo beneficio. Sapete tutti che è stato il decodificatore del sistema in codice dei nazisti ed in cambio lui ne ha ricevuto soltanto danno. Condannato alla carcerazione e alla sterilizzazione coatta. E dopo anni di una cura forzata di ormoni a 42 anni, vivendosi in un corpo non suo, ha deciso di suicidarsi mordendo una mela avvelenata.

Ecco io vorrei che tutti quanti noi non arrivassimo a questo, ma che riuscissimo in qualche maniera a rendere questo mondo diverso, un mondo appena più normale.

Claudio Chiti

(Cohousing Toscana)

Buona sera,

non so quanti di voi conoscono l’esperienza del cohusing. E’ un’esperienza molto diffusa da alcune decine di anni in tutta Europa e successivamente anche in America. Semplificando il concetto di cohousing si può dire che più o meno è abitare tutti insieme, nel senso di più nuclei familiari all’interno di uno stesso edificio o condominio, sia attraverso i propri spazi, sia con  l’usufrutto si spazi comuni dove condividere esperienze, conoscenze e vita comune.

Adesso per ritornare a questo luogo, più che parlare di cohousing si dovrebbe parlare di Eco-Villaggio, questo perché nel secondo caso oltre alla vita comune sono previste una serie di attività che si articolano attraverso il lavoro della campagna, come l’agricoltura, la manutenzione sia dell’area verde che di quella edificata, sia la creazione di piccoli allevamenti di uso domestico e non. Andando oltre si potrebbe persino pensare ad una parte turistica (cioè un’accoglienza di soggetti esterni alla comunità), oppure all’interazione di soggetti problematici come carcerati che devono essere re-inseriti o persone con problemi di disagio psichico. Insomma in un luogo come questo le sfumature e le possibilità potrebbero essere infinite.

Non so, bisogna sempre sperare e soprattutto puntare ad un progetto più ampio possibile. Ad esempio una prossima esperienza del cohousing a Pistoia nascerà nei pressi della Statale Fiorentina, dietro al Mercatone con un progetto di costruzione secondo gli standard della bio-edilizia di quasi 5000 mq. Però, secondo me rimane più valida la possibilità, se c’è, di recuperare qualcosa. E quindi in questo caso sarebbe il massimo poter lavorare sul complesso delle Sbertoli e portare nella nostra provincia un esperienza rara, per non dire unica in tutta Italia. Solitamente le esperienze nazionali si sono svolte quasi tutte in città e la possibilità di poter intervenire in un luogo immerso nel verde darebbe stimolo anche ad altri comuni per realizzare, progetti simili. 

Comunque è un’idea su cui ci si può lavorare, trovando anche altri spazi e altre persone.

L’unica cosa certa che posso dire, è di tenerci in contatto e divulgare il più possibile questa esperienza e vedere se uno riuscisse a creare una vera e propria catena virtuosa, che può cambiare il modo di vivere delle persone. Perché vivere in un cohousing, vuol dire vivere in una situazione un po diversa – dove la condivisione darebbe un aiuto reciproco alle persone. Quello che più colpisce di queste realtà sono le reazioni umane, oltre ad avere un luogo dove abitare più confortevole e sano, progettato nei minimi dettagli.

COMMENTI E SUGGERIMENTI A POSTERIORI

Simone Piazzesi

(Scrittore)

Atmosfera magica come sempre e interventi artistici e non davvero di livello, bravi. Impressioni e proposte

Il complesso delle Ville Sbertoli è stato un manicomio. A sentire le testimonianze di chi ci ha lavorato non era nemmeno uno dei più “moderni” e funzionali, tutt’altro. Camminando lungo i suoi sentieri, rasentando quei muri scrostati, insinuando lo sguardo dalle porte sventrate nelle stanze piene di vetri rotti e di suppellettili lasciate lì a marcire, guardando gli infissi murati… si percepisce ancora qualcosa di sinistro, un dolore profondo che ha impregnato quei mattoni, quei legni, quell’aria. A volersi lasciare suggestionare si sentono ancora grida isteriche da certi padiglioni.

 Eppure.

 Eppure quel luogo è un luogo innegabilmente bello, immerso nel verde, dove vivono colonie di gatti a cui qualche gattara procura ancora cibo, dove gli alberi dai tronchi immensi danno un’ombra rinfrescante anche in piena estate, dove i pochi murales colorati e ribelli danno un tocco di vitalità alle palazzine cadenti. Gli angoli fatiscenti sono tanti, le fontane sono secche, i rovi avvolgono pagode e recinti, le cartelle cliniche e i vecchi manuali di psichiatria svolazzano logori nei prati.

 Eppure.

 Eppure le giornate organizzate dal collettivo dello Slebest, con artisti, musicisti, performers, lettori, oratori hanno animato quei viali, quei giardini, quegli angoli nascosti fra un caseggiato e l’altro e la sensazione di pace e serenità, a dispetto di tutto, è stata percepita nettamente da ogni presente.

Io credo che se un qualche spirito di ex degente ancora vagola in quel luogo, ecco, di sicuro è rimasto contento della vita che è tornata a scorrere per qualche ora positiva e sincera per vialetti e piazzali. Di sicuro ha fatto un applauso e ha detto un grazie sommesso quando quella carovana colorata e sudata se ne è andata all’imbrunire.

Cosa farne oggi di questo posto?

Tante le idee e le potenzialità. Di sicuro bisognerà rispettare la volontà testamentaria del dottor Sbertoli che prevedeva un utilizzo sociale della struttura. Ben vengano i progetti per la riabilitazione dei carcerati, il co-housing, i campi biologici, i laboratori artistici permanenti. Ma la cosa più bella sarebbe se l’amministrazione pubblica investisse un bel po’ di soldi e ne facesse, almeno in parte, una Residenza Sanitaria Assistita all’avanguardia, in linea con la primigenia destinazione, ma nel rispetto assoluto dei degenti e delle loro famiglie. Il disagio psichico, anche a Pistoia, è molto diffuso, con tanti livelli di gravità, e le strutture per la cura e l’ospitalità mancano o sono carenti. Sarebbe il miglior modo per ridare vita alle Ville Sbertoli. Altro che alberghi e speculazioni varie.

Massimo Zaccaria

(Attore)

Vivendo l‘esperienza di domenica 1 luglio , l’unica cosa che posso dire è che queste manifestazioni (interventi, dibattiti ed incontri) servono a far stimolare una crescita del movimento. Sensibilizzare la cittadinanza, far capire che quel luogo non è necessario per forza abbandonarlo e destinarlo nelle mani dei privati. Ma con questo tipo di azione, tentare di aprire un tavolo d’incontro e trattare con chi ne è di competenza nella gestione del luogo. Un dialogo di trattativa. Far capire che questo movimento ha le idee di chiare con tanti progetti da portare avanti, far capire che con questi interventi l’intento è creare lavoro che non sia solo a titolo culturale. Quello che conta ora è andare avanti con lo stesso passo che si è fatto. 

Marco Fantozzi

(Pensionato ex Operaio Breda)

Vi voglio ringraziare tutti per il pomeriggio a cui ho potuto assistere. E’ vero sono dovuto venire via prima che il tutto finisse e di ciò me ne dispiaccio.

Devo dire che per quanto mi riguarda che ho assistito a delle performance di alto contributo. Certo qualcuno la potrebbe chiamare sottocultura, ma per quanto mi riguarda si tratta anche di vita vissuta nei meandri della vita di ogni giorno.

Mi sono piaciuti tutti e devo ringraziare chi ha invitato i personaggi, ciò fa ben sperare perché fa capire che non siamo soli nello spazio infinito della vita. Mi sento vivo a far parte di una socialità come la nostra, anche se ai più sembra una socialità complessa. Ma quale non lo è? Sono stati dati ampi risvolti che ci devono fare riflettere, maturare e capire in miglior modo, non dobbiamo giudicare ma accettare e comprendere, forse si può instaurare un percorso anche di vita con alcuni soggetti, certo non sarà facile, ne semplice ma ci dobbiamo provare. L’idea di riutilizzo di uno spazio come le Ville Sbertoli, riutilizzo sociale e pubblico è un idea vincente, sarà una cosa difficile e complicata, ma ci dobbiamo provare a fare le nostre proposte, credendoci e cercando di portarle a termine.

Voglio con questo mio messaggio Ringraziare tutti gli artisti e tutte le persone che hanno animato il pomeriggio. Tutti molto bravi e autentici, a loro va il mio ringraziamento. Un grazie anche a tutti coloro dello spazio che si sono dati da fare nella organizzazione. Secondo il mio modestissimo parere abbiamo dimostrato che qualcosa di utile lo sappiamo fare anche noi.

Un grazie a tutti e un abbraccio.

Dopo le perfotmance di ieri io mi sento molto pià ricco.

Angelo Borrini

(Operaio, Fotografo, Pittore)

Spettacolo, arte, cultura e impegno .. Siete fantastici!

Ieri luoghi di dolore, delirio e patimento. Un posto straordinario di cultura, storia psichiatrica e memoria (anche sé poco allegra) che domina l’altura su tutta Pistoia ove viveva il signor Sbertoli che in cuor suo vedeva in questa casa di cura – un atto d’amore per l’infelicità di suo figlio e gli altri “poveri cristi” dei dintorni di Pistoia. Pur tra contraddizioni ed alterne vicende vi fu poi creato il manicomio che annoverava fino a non pochi anni fa i suoi pazienti.

Fino alla chiusura definitiva avvenuta nel 1996.

Oggi i ragazzi dello Spazio Liberato Ex Breda Est chiedono a gran voce un suo intelligente e sano recupero in nome sempre di quegli ideali di solidarietà, arte e amore per gli altri che animarono un sano borghese come il signor Sbertoli. Ma nessun atto di speculazione edilizia, demolizioni e abbattimenti per meri interessi “altri” dovrà guidare lo scopo delle nostre azioni mediatiche e promozionali. Recuperare e ripulire contro ogni incuria di abbandono indecente finalizzata alla demolizione di strutture storiche e di belle arti. A difesa della memoria per tutti quelli che ci soggiornarono e ci lavorarono con passione e abnegazione.

Ilaria Giaconi

(Artista ed al momento postina)

Nonostante il caldo pesante, sono state due giornate davvero divertenti, di forte aggregazione, d’importante apertura allo scambio culturale ed a mio giudizio di buona arte; tutto era ben inserito nel luogo che, secondo me, potrebbe davvero essere molto accogliente, pertanto condivido l’attivo interesse per non perdere la battaglia di recupero che state sostenendo. Il Percorso era ben articolato e molto interessanti gli interventi, sia per la prima giornata del 24/06 che per la seconda del 01/07″.

Indian Jesus” (installazione pensata per le due giornate) ha trovato il suo posto in maniera spontanea ed era perfettamente inserito come luogo di culto e riflessione; il velato sarcasmo sull’ipocrisia delle religioni, proposto dal poster in vena pop, non ha tolto la gioia di un momento di relax meditativo a chi si è seduto nell’ambientazione, dando anzi un momento di ripresa, una pausa d’intimità meditativa, rafforzando il fatto che, comunque e per ovvie scelte, tutti i presenti alle due giornate, sicuramente hanno voluto esserci proprio per un naturale rifiuto dell’ipocrisia globalizzata.

Ringrazio davvero tutti perché sono molto contenta di aver potuto prender parte a questa azione collettiva e, se anche non potrò esser sempre presente agli incontri che seguiranno, sono solidale con i vostri intenti e seguirò l’evolversi della situazione.

Matteo Vannini

(Mimo Corporeo)

Purtroppo non ho molto tempo per scrivere, né ancora le idee abbastanza chiare per farlo, ma ci tenevo a dare il mio modesto contributo in vista dell’incontro di mercoledì sera. Una parte dei progetti messi sul tavolo per la riqualificazione delle ville Sbertoli me la sono persa, o ne ho colte solo delle porzioni; quanto all’argomento del “Cohousing”, che m’interessa notevolmente (ma preferirei chiamare “coabitazione”), mi manca di capire ancora quale ne sia la dinamica strutturale, cioè esattamente di che si sostenti una comunità che coabita, dove certamente ciascuno ha carenze ma anche servizi da prestare all’altro. Tutto questo lo chiarirò lunedì stesso, col vostro aiuto. 

Quello che dirò, date le premesse, sarà dunque piuttosto banale. E mi scuso anche se il mio argomento sarà intriso di patetici romanticismi; ma essendo un neofita dell’attivismo, farò confusione tra il sensato e l’insensato, tra l’ideale e il pratico. 

Per attuare e far convivere i progetti di cui ho avuto notizia, bisognerà prima di tutto fare i conti con lo spazio. E la mia iniziale attenzione va allo spazio delle Ville di cui già si può fruire, cioè di quello esterno. Ho sentito parlare di orti e di biodiversità; sarebbe magnifico munire le Ville di un “bacino di autonomia”, costituito cioè da un’area a coltivazione, meglio a frutteto, che sporca di più ma è più grazioso, però senza intervenire sulla lussureggiante vegetazione a giardino che rende le Ville un paradiso. Come si fa? Chi conosce gli spazi delle Ville meglio di me, e ha un po’ più competenza per farlo, potrebbe avanzare delle proposte in proposito per farlo.

Prima di questo passo, però, sia come gesto iniziale, sia come segnale di coesione e come prova per la comunità, noi, che è interessata al ripristino delle Ville, sarebbe bene fissare una data, una serie di date, per dedicarsi alla pulizia, alla cura, all’ordine degli spazi verdi e del piazzale. Che non son messi neanche male. Sì, dico proprio: guanti da giardiniere, sacchi per le erbacce, falcetto o taglia erba per chi può portarlo, scope, rastrelli. E lavoro. In questi tempi di grandi introiti per il sistema dei rifiuti e di attenzione per la raccolta differenziata, non è detto che il comune non ci fornisca, così, su due piedi e senza discutere, un po’ di bidoni per tentare di mantenere pulito il luogo. Le azioni di questo tipo (“Puliamo l’Arno”, “Puliamo il Bisenzio”, che ne so) sono sempre salutate con consenso, anche perché, da una parte, si fa un lavoro che spetterebbe organizzare alle pigre amministrazioni, dall’altra si esercita il diritto di curare e vivere gli spazi pubblici da cittadini. Inoltre, un gruppo che non solamente sfrutta e ravviva con la propria presenza uno spazio, ma che ne ha anche cura in maniera disinteressata, lavora per demolire i piccoli o grandi pregiudizi cui ogni gruppo organizzato va incontro. 

Pertanto, questa è la prima banalità che sottopongo al vostro giudizio. 

Subito dopo, chi è qualificato in botanica e zoologia potrebbe già iniziare a a comporre un preliminare catalogo delle più evidenti specie vegetali e magari animali (e dei funghi, perché no!) presenti nell’area, e magari tutti insieme “giocare” a mettere al loro debito posto i cartellini. E’ un’azione in fondo piccola, che costa più tempo e competenza che denaro, ma che in poco tempo trasformerebbe un’area dimenticata in un Giardino dei Semplici. 

E questa è la seconda banalità. 

La terza riguarderebbe un “brain storming”, se così si dice, per attrezzare un minimo quel bianco piazzale davanti alla clinica, che anche noi abbiamo considerato poco, per farne un’area all’aperto di convivenza, magari con qualche sedia e tavolo raffazzonati qua e là. Ma purtroppo adesso devo andare a lavoro, sennò continuerei. 

Vi saluto e vi ringrazio.

GianMarco Pandolfini

(Pittore, Poeta)

Il testo del Grande Animale Cornuto in formato doc. con relativa Preghiera per la siccità, cui è stata aggiunta una piccola poesia concepita proprio nelle giornate di Manicomio alle Sbertoli. “Questo piccolo grande animale cornuto”.

Direi che è già un sunto del mio intervento.

 Questo Piccolo Grande Animale Cornuto 

Io sono il Grande Animale Cornuto. 

Peloso e cornuto. 

Peloso mi fece mia madre, 

mia moglie mi fece cornuto. 

Stabile nell’inospitale, 

granitico nella tempesta, 

vigile nell’intollerabile, 

impassibile nella sete. 

Massa che spinge a terra 

e corna contro il cielo, 

sono locomotiva, 

trattore di fatica. 

Proteggetevi con la mia pelle, 

mangiate questa mia carne, 

io sono il Grande Animale Cornuto 

sono vivo nel sacrificio.

Teresio Arrighi

(Disoccupato, Cuoco Professionista)

Io sono l’illuso, non un propositore ma un promotore. Mi muovo: non so dare “posa” allo stato delle cose ma so, voglio, sento muoverle.

Ciò che mi spinge nel partecipare al progetto è principalmente la mia situazione di giovane-fresco nullatenente. In breve sono il mio bisogno di autosufficienza, di casa, di attività quotidiane (che non riesco a definire “lavoro”) e impronta di modello sociale a muovermi affinché il progetto prenda forma e si realizzi.

Prendendo visione dello stato attuale del Paese, della società e del possibile futuro prossimo non posso permettermi di muovermi al di fuori di percorsi che prevedano il sostentamento di questi fondamentali, quindi inizio col ringraziare tutti coloro che per necessità o virtù si inseriscono all’interno dell progetto Ville Sbertoli. 

Per entrare nel particolare con le mie impressioni, proposte, e dei mie stimoli e pensieri inizierò definendo il luogo come “Imprescindibile Garden District”, ossia luogo ecologicamente sostenibile, energicamente autosufficiente e “culturalmente virtuoso” : Un Quartiere verde.

Ripeto, io sono un’illuso, mi illudo e mi immagino in sinergia, in simbiosi, con un modello sociale e naturale costruito e costituito da persone a me simili per persone a noi simili. Mi immagino in bici scendere e salire tra le ville e il centro città per rifornire il mercato centrale di verdura e frutta di stagione, mi immagino intento a scorgere insieme a scolaresche e anzianità gli animali e le piante autoctone, mi immagino scendere dalla mia stanza in una cucina comune a deliziarmi di pane e marmellate auto-prodotte per poi dedicarmi ad attività quotidiane socialmente utili (abbiano esse finalità culturali, ludiche, didattiche, produttive), mi immagino finire le giornate in comune con in mano ceste di ulivo a raccogliere .. qualsiasi cosa da condividere poi con i presenti durante i momenti di confronto, dialogo, crescita.

Io non sono un propositore, non ne ho l’ardire, sono un illuso, servo una causa più grande di me .. ma questo e ciò che sogno.

Anna Biancalani

(simpatizzante di facebook)

Prima di tutto: che cosa abbiamo? 

Uno spazio immenso, ville singole con giardini più e meno recintati, strutture ricettive (al quanto degradate) per grandi comunità, parco (quanto grande?) … e poi? 

Come è possibile rendere fonte di entrate continuate nel tempo questa proprietà, e renderla anche occasione di lavoro a reddito dignitoso per tante persone? 

Potrebbe diventare in parte sede di vacanza per gruppi ben identificati di persone, a Gestione Pubblica Partecipata; in parte sede per convegni, mostre, spettacoli, eventi .. occorre pensarci su, confrontare le idee, renderle attuabili. Mica poco! Ma dalla partecipazione dei cittadini verranno idee meravigliose e anche i modi per realizzarle.

Eugenio Gori

(simpatizzante di facebook)

La proposta migliore è farci riaprire le Ville Sbertoli e poi farci ospitare tutti là dentro!

Fabrizio Zollo

(Editore – Ed. Via del Vento)

Carissimo Luca,

voglio innanzitutto dirti che mi ha fatto molto piacere conoscerti di persona in occasione dei due pomeriggi alle ex Ville Sbertoli del 24 giugno e 1° luglio. Avevo sempre ricevuto le mail che nel tempo mi informavano delle diverse iniziative allo Spazio Liberato e l’idea molto positiva su di te ha trovato conferma nei due pomeriggi che hai organizzato alle Ville e che mi hanno dischiuso le porte di un mondo che mi aveva sempre incuriosito, sin da ragazzo, ai tempi della lettura di quella sorta di diario/romanzo di Mario Tobino Le liberedonne di Magliano. Il tema della follia, spesso presunta tale ma che così definiamo per semplificazione, come saprai l’ho a più riprese affrontato, anche se solo letterariamente, pubblicando testi di Antonin Artaud (che gli oltre cinquanta elettroshock subìti non annullarono), i diari di Edvard Munch, i volumetti su Vincent van Gogh, alcune lettere di Dino Campana, ecc. E purtroppo il mio approccio letterario alle cose della vita non mi ha abbandonato anche in quei due pomeriggi, quasi che si abbia la necessità di vedere le cose attraverso un filtro che le renda assimilabili, specie là, dove persino gli alberi trasudano l’indicibile pena di chi un tempo non lontano si era seduto sotto quelle fronde.

Ma provo a raccogliere il tuo invito alla concretezza e ad avanzare qualche idea sull’utilizzo delle smisurate potenzialità di quel luogo, riservandomi di approfondirle in futuro. Molto sinteticamente, mi piacerebbe che le Ville Sbertoli divenissero una ‘cittadella della creatività’, una multiforme officina dei giovani e delle loro potenzialità. La città dovrebbe fra qualche anno poter percepire quella collina e le sue strutture come la sua vera protesi, come il proprio futuro (come il ‘butto’ è la protesi di una pianta).

Una gran parte delle strutture dovrebbero, una volta restaurate (coi fondi europei che troppe volte in molte parti del nostro paese sono stati lasciati decadere inutilizzati) essere assegnate alle varie Associazioni culturali e di volontariato della città (se è vero che Pistoia è in testa alla classifica italiana dell’associazionismo). Vi potrebbero così trovar spazio laboratori teatrali, musicali, di danza, studi artistici e artigianali, con spazi per le rappresentazioni e le mostre. E la città dovrebbe avvertire costantemente che là è il suo polmone vitale: le Associazioni dovrebbero attivarsi durante tutto l’anno per svolgervi due o più eventi mensili a cui la città sia chiamata a partecipare. Dovrebbero essere attivate sinergie con realtà similari sia del nostro paese dell’estero.

Un’altra parte delle strutture dovrebbe essere destinata a sviluppare la ricerca nei vari campi (chimico-farmaceutico, fisico, energie alternative, ecc.) con finanziamenti dell’industria italiana interessata.
La Pistoia del futuro prossimo dovrebbe essere additata non solo come capitale europea del verde, ma anche come esempio singolarissimo di una comunità che ha saputo dare ai giovani le opportunità per sviluppare e mettere in pratica le loro idee e le loro potenzialità.

Ciao. Fabrizio Zollo.

Fabrizio Bertini e Lia Frosini

(Attivisti di Abitanti a Piede Libero)

VILLE SBERTOLI : questioni aperte per il progetto

1. questione del regime di uso, di un altro modo di abitarle : finalità sociali collettive; demanialità civica;

2. questione del metodo di indagine/lettura e delle proposte;

3. questione delle relazioni:

3.1. con la storia dell’ ambiente naturale, antropico, costruito delle Sbertoli, fino a delinearne una identità evolutiva aperta alla trasformazione;

3.2. con la città intesa come città fisica, sociale, mentale ( ecosistemi; biosistemi; geografie mentali degli abitanti);

3.3. con il “diritto alla città” (Henri Lefebvre) riempito di nuovi contenuti contemporanei, “nuovo luogo comune di cooperazione, uguaglianza, libertà” (David Harvey; cfr “Il capitalismo contro il diritto alla città”);

4. questione della critica del funzionalismo, dell’elenco di funzioni, anche se delle destinazioni d’uso vanno in ogni caso trovate;

5. questione dello Statuto del luogo ( cfr anche la l.r. 1/2005) da scrivere collettivamente quale patto d’uso tra abitanti desideranti, le Sbertoli quale soggetto insediativo storico e sociale e l’ amministrazione comunale (asl ecc.), per esempio a proposito, ma non solo, della proposta di Luciano dell’ utilizzo delle terre;

6. questione dell’ autorecupero.

p.s. Le Ville Sbertoli sono una bella e entusiasmante scommessa progettuale collettiva. Tuttavia anche proposte più modeste e magari operative nell’immediato come l’ autorecupero dello Slebest, non andrebbero perse.

Helga Maestrini

(Performer delle LiberePazzeDonne)

Segnare una presenza alle Ville Sbertoli per me ha significato restituire a quel luogo l’uso della persona, della mia e delle altre, tutte ben disposte a credere in se stesse, tutte in ascolto degli altri.

Quello che siamo riuscite a fare è improntare il dialogo sull’essere, sulle possibilità di ognuna di noi. Così a mio parere respirano i luoghi, animandosi delle risorse, nella loro origine, ovvero vive.

Mi piacerebbe pensare ad un progetto ricco ma essenzialmente fondato sugli incontri, tra persone, tra nature, tra tentativi, tra nostalgie, tra linguaggi. Un’ ipotesi di teatro sociale potrebbe far condividere spazi alle molteplicità delle esperienze, così in pieno assetto di società.

Ornella Marini

Spunti per un possibile progetto da

Il Teatro dell’accoglienza, cura del disagio”

(Regista e conduttrice di LiberePazzeDonne)

Le persone che si rivolgono al servizio pubblico hanno disagi mentali di diversa natura, alcuni sono passeggeri e dovuti a momenti difficili della vita, altri sono dovuti a malattie croniche che si acutizzano periodicamente, altri sono strutturati in atteggiamenti fissi continuamente fuori dagli schemi di “normalità”. Personalmente faccio fatica a credere nella guarigione: guarire significa che si deve eliminare qualcosa, non sempre è possibile, non sempre è etico, spesso andiamo bene così come siamo, con i nostri aspetti da curare. Mi piace più parlare di cura che di guarigione: la cura comporta l’accoglienza del disagio, della malattia. La cura è più dolce, permette di accettare e di curare solo quegli aspetti che ci fanno troppo soffrire, comporta di accorgersi di cosa ci succede dentro, accoglierlo e trovare strumenti per trasformare il lato sofferente in qualcosa di più nutriente e soddisfacente. Non comporta quindi l’eliminazione della malattia, ne comporta l’accoglienza e la possibilità di essere arricchiti da questa. Non siamo solo malati, siamo esseri con caratteristiche diverse che hanno la loro ragione di essere. Spesso non serve combattere la malattia, serve prendersi cura di lei. Questo processo accade nel cuore, questo processo è una “fatto del cuore”: l’accoglienza, la dolcezza, la comprensione, la con-passione di ogni aspetto, disagio, sofferenza, malattia accade nel cuore.

Quel che conta è il cuore e la sua storia sommersa. Nel momento in cui accettiamo i nostri disagi mentali e chiediamo aiuto – questo è ciò che fanno gli utenti del servizio pubblico psichiatrico – la nostra disponibilità a fidarsi diventa grande, il cuore è pronto a lasciare uscire la sua storia sommersa.

Ed ecco che nasce il processo di cura.

Provo imbarazzo a parlare di Loro come di un mondo diverso (chi è più folle? Noi che non subiamo trattamenti psichiatrici o loro? Chi è più folle? Chi prescrive trattamenti psichiatrici o chi li subisce?) eppure una diversità c’è: la loro disponibilità a buttarsi in nuove esperienze è molto grande e la loro capacità di affidarsi è particolarmente alta. Spesso arrivano in gruppo con il cuore già in mano, pronto ad offrirsi a te. E’ come se avessero un’innata dimestichezza con il vuoto: non ho niente da dimostrare, non sono niente, non ho mete da raggiungere. Ecco che sono pronti a sperimentare, si buttano nel lavoro, poiché non hanno niente da perdere. Senz’altro hanno un grande desiderio di essere ascoltati, guardati, apprezzati e questo li aiuta, ma soprattutto sono attratti dal teatro e dalla danza perché permettono di uscire dagli schemi di comportamento, permettono di creare nuove forme di relazione, permettono di inventare nuove storie di vita. All’interno del setting teatrale la gamma di personaggi da vivere, di movimenti e gesti da fare, di comportamenti e atteggiamenti da tenere è infinita, sentono che c’è spazio per ognuno fatto così come è, sentono che c’è spazio per la follia, la cornice teatrale la contiene e la accoglie. E allora la liberano e se ne liberano.

Una volta ho ricevuto una bellissima e-mail che, oltre a donarmi immagini di natura meravigliosa, diceva in sostanza che se si ha un tetto sulla testa, qualcosa da mangiare e qualcosa da indossare non facciamo parte di quel 75% della popolazione del mondo che non ha niente di tutto questo…

E allora…

Lavora come se non avessi bisogno di denaro,

ama come se nessuno ti avesse mai fatto soffrire,

balla come se nessuno ti guardasse,

canta come se nessuno ti ascoltasse,

vivi come se il paradiso fosse sulla terra.

Spero che l’abbiate ricevuta anche voi perché è bellissima.

Scrivo questo per spiegare cosa può vivere una donna nell’esperienza del teatro come strumento relazionale. Le donne si buttano anima, corpo e cuore nelle esperienze emotive e spesso queste esperienze sono condite da vittimismo, senso di inferiorità, piangersi addosso e senso di esclusione dal mondo sociale.

Questo per certi versi è un disagio ma per altri può essere un autentico trampolino di lancio per andare in fondo a sè stesse (poiché, in generale, questo non le spaventa poi tanto) e successivamente per aprirsi alla trasformazione con più facilità.

Ciascuna di queste parole mi ha fatto venire in mente l’esperienza del Teatro delle donne: questo è metaforicamente ciò che accade nel laboratorio e negli spettacoli.

Grazie a questa esperienza le donne sono giunte a ballare come se nessuno le guardasse, a cantare come se nessuno le ascoltasse, ad amare come se nessuno le avesse mai fatte soffrire, lavorano indefessamente senza percepire denaro e vivono ogni attimo fino in fondo con passione e divertimento, leggerezza e profondità… come se il paradiso fosse sulla terra.

Il lavoro è continuamente indirizzato a fare sì che il teatro, che poco si distacca dal teatro della vita di ogni giorno, porti lontano dalle ansie da prestazione, dalla finzione e la prigione del dover apparire e dell’essere come gli altri impongono. A far sì che accompagni nel centro di sé stessi, nella autenticità di sfumature, sensazioni, emozioni e sentimenti, nel piacere semplice e naturale della comunicazione con gli altri di ciò che veramente siamo nell’attimo che stiamo vivendo. Questo ingresso dentro loro stesse porta le donne a fare esperienza consapevole di ciò che provano e di ciò che sono. Da tutto questo traggono la forza di cantare, ballare, comunicare, lavorare, vivere autenticamente con tutte loro stesse. Donandosi, in un secondo momento, anche la possibilità di darsi, farsi guardare, farsi sentire da un pubblico rimanendo autentiche e naturali come fossero da sole e, nello stesso momento, regalando a tutti vita vera, dolori veri, gioie vere, piacere vero, parole vere.”  

INTERVENTO SULLA PIANIFICAZIONE DI UN PROGETTO ECO SOSTENIBILE

PROFESSOR PIZIOLO E COLLETTIVO STUDENTESCO 

(Università degli Studi Firenze)

1° intervento

L’area da cui siamo partiti è l’area tra Prato e Pistoia, attraverso una serie di analisi del territorio, sia dal punto di vista naturale che dal punto di vista insediativo. In questo nostro progetto ci siamo focalizzati su una serie di tematiche atte a riqualificare sia le sue potenzialità che le risorse che offriva, in un asse che da Quarrata sale su, fino alla riserva Bio-Genetica dell’Acquerino. Il progetto che abbiamo sviluppato e che vi presenteremo ripercorre da nord a sud tutto il fiume Agna, con l’intento di far si che le due diverse amministrazioni provinciali riuscissero a dialogare tra loro, abbassando le barriere che le dividono e unendosi in un tutt’uno territoriale. Parlando così: 1) di problemi idrogeologici, tramite la costituzione di un’area umida ed di un parco fluviale; 2) della riqualificazione delle risorse vivaistiche, che hanno un’influenza economica su tutto il pistoiese; 3) della riqualificazione dell’area industriale di Montemurlo e delle tematiche affini all’inceneritore; 4) alla rilettura strutturale di tutta la parte collinare.

2° intervento

Dividendoci in vari gruppi di lavoro, ci siamo divisi le varie aree e le varie tematiche. In questo frangente vi parlerò della confluenza dei torrenti che attraversano tutto questo territorio. Essendo una zona soggetta ad allagamenti abbiamo pensato alla realizzazione di un parco fluviale che risolvesse sia questi problemi, ma che allo stesso tempo accogliesse la fruizione libera degli abitanti. Dividendola in due zone. Una è stata destinata alla fito-depurazione in collegamento con i depuratori già presenti e l’altra destinata ad uso socio culturale, che fungesse anche da cassa d’espansione con all’interno una parte collegata al riciclaggio e allo smaltimento, ed una seconda parte destinata alle attività ludiche e di intrattenimento, come feste, manifestazioni, concerti e cose simili.

3° intervento

Per quanto concerne il comparto vivaistico ci siamo concentrati sulla parte a sud di Agliana in quanto è la zona che presenta la maggior presenza di vivai. Parlando con i vivaisti ci siamo accorti che sarebbero interessati ad un commercio diretto con gli utenti, però attualmente infattibile perché quasi completamente isolati dalla viabilità principale. Abbiamo pensato ad una riqualificazione di una piccola strada interna che ripercorresse tutta l’area, attraverso dei percorsi ciclo pedonali, identificandola come “Parco del distretto rurale e vivaistico di Agliana”. Oltre all’inserimento di vari ingressi di percorrenza, sia a sud che a nord, abbiamo pensato all’istituzione di City-Car che funzionassero da furgoni per la consegna della merce. In questa specifica situazione ci siamo ispirati al “Parco del Gran Paradiso” che prevede queste postazioni con auto elettriche, e pensiline con pannelli fotovoltaici, in modo da permettere la ricarica del mezzo e produrre energia come fonte di guadagno dello stesso parco. Quindi da gestire nella sua manutenzione. Oltre a questo abbiamo aggiunto delle zone attrezzate per i bambini e zone barbecue e punti di ristoro.

4° intervento

 Noi invece ci siamo occupati dell’area tra Agliana e Montale che ha al centro la zona industriale. A livello di laboratorio abbiamo cercato di immaginare che quest’area potesse dare un contributo a tutta la piana, in senso positivo, attraverso lo smaltimento dei rifiuti che non prevedesse l’incenerimento. In sintesi abbiamo provato ad immaginare ed a progettare una situazione contraria a quella attualmente proposta da ATO Toscana Centro che prevede, per l’appunto, l’ampliamento dei rifiuti smaltiti dall’inceneritore. Attraverso un’analisi della zona di Oste e Montemurlo e l’individuazione di una certa difficoltà del settore tessile industriale, attualmente in crisi, abbiamo pensato che l’abbandono progressivo di capannoni e la disponibilità di alcune aree potesse, per assurdo, permettere l’attuazione di questo percorso. Ri-qualificando e sfruttando in un certo senso la crisi, attraverso, la realizzazione di un distretto ecologico che lavorasse sul recupero ed il riutilizzo dei rifiuti. Anche in questo caso, vista la presenza di una zona non ancora edificata, abbiamo installato una area verde chiamata “Parco Urbano”, adatta alla fruizione della cittadinanza.

Per la realizzazione di questa parte del progetto siamo scesi nel dettaglio, per due semplici motivi: primo perché un progetto di così larga scala, per una zona così importante del nostro territorio non bastava, soprattutto per i vari interessi economici che si sotto intendono; secondo perché dopo le diverse esperienze fatte con i vari comitati che operano per la chiusura dell’inceneritore, dopo la recente stesura del progetto “Alter Piano” (visione alternativa dell’attuale piano di smaltimento dei rifiuti), e soprattutto per i poco felici risultati ottenuti dagli enti amministrativi che gestiscono e monitorano l’attuale impianto “Maciste”, si è ritenuto importante andare nello specifico e creare come già detto un Distretto Ecologico che racchiudesse le due aree industriali di Agliana-Montale.

 Creando un processo completo del trattamento del rifiuto, che non è teso soltanto allo smaltimento si darà la possibilità di creare nuovi materiali innovativi, comodi, sia al ciclo naturale della vita, cioè evitando ulteriore inquinamento, sia alla creazione di una nuova economia del territorio. Non a caso nelle carte progettuali, l’estensione dell’area in questione si amplia fino a Quarrata, proprio per l’alta presenza di mobilifici. Quindi tutto il discorso sul riciclo del legno, della plastica, come anche il riciclo del compost per quanto riguarda i vivai potrebbe essere una spinta interessante per un’economia, che, oggi è globalizzata ma che nel piccolo potrebbe dare nuove possibilità a tutti gli imprenditori che vogliono continuare a lavora nella zona. Portando così un semplice sacchetto nero, che contiene chissà quante cose, ad essere delle materie “prime” da poter riutilizzare, sfruttare a pieno e successivamente rivendere. 

Attraverso un distretto di stoccaggio dove i vari capannoni fungono come divisione e smistamento delle varie materie; un distretto del riciclo vero e proprio che utilizza le nuove tecnologie a disposizione per elaborare nuovi materiali, attualmente in commercio a prezzi esorbitanti come la cellulosa e la plastica; un distretto didattico necessario alla conoscenza, diffusione e sensibilizzazione dell’importanza e della necessità del riciclo.

Per mettere in connessione la realtà del distretto ecologico e quello che è il parco urbano, seguendo un po il modello della Fattoria di Celle, nota per le installazioni di Land Art di artisti di fama mondiale, abbiamo pensato ad una esposizione permanente ed al coperto, di opere che si interconnettessero con il concetto di questa parte del progetto.

Naturalmente tutto questo piano di ri-qualificazione, non può essere pensabile se non dopo la chiusura dell’inceneritore. E prendendo spunto dal progetto della zona metallifera della RUR, la struttura non verrebbe abbattuta ma utilizzata per la realizzazione di un centro di ricerca e avanzamento delle varie tecniche del riciclo.

5° intervento

A termine di questo percorso arriviamo alla parte dedicata alla montagna, in specifico analizzeremo le due grosse riserve naturalistiche che interessano sia Prato che Pistoia, e che attraverso questo progetto abbiamo imparato ad apprezzare, ma che nello specifico ci hanno fatto capire l’importanza che gli abitanti di questi luoghi danno a queste terre. Di conseguenza abbiamo cercato di individuare due punti che potessero essere degli avamposti e delle stazioni primarie che introducessero alla riserva e che è gestita dalla Guardia Forestale. Il primo di questi punti lo ritroviamo nella fascia pede-collinare di Tobbiana, che in continuo con il discorso dell’educazione e della prevenzione, abbiamo localizzato in uno dei capannoni abbandonati. Un percorso didattico che sensibilizzasse i fruitori a quelle che sono le risorse naturali del territorio, che è poi lo spunto che ci ha fatto muovere in questa progettazione collettiva. Quindi un luogo fisico e mentale dove venissero affrontate tutte le tematiche della Riserva Bio Genetica, del perché è riserva, del perché è importante mantenere come sono queste grandi aree boschive, del perché è importante storicamente un paese come Tobbiana ed il lavoro dei suoi abitanti per la cura e la manutenzione del territorio. 

Andando ancora più su, prima della riserva abbiamo trovato interessante la Cascina di Spedaletto. Un luogo molto grande lasciato a se stesso, ma molto importante grazie alla sua posizione di incrocio tra le due province, e che potrebbe essere utilizzato come luogo di smistamento per i vari percorsi di trakking che ci sono in questa zona, e che sono comunque molto frequentati. Sfruttando la grossa area già parzialmente attrezzata, pensavamo ad un recupero del luogo come eventuale foresteria, come punto info capace di illustrare meglio i vari percorsi (che in molti dei casi sono impervi e pericolosi). Un eventuale parte dedicata agli incontri dei boy-scout ed al campeggio. Questo naturalmente come meta finale di tutto il percorso che parte dalla piana per arrivare alla montagna o che viceversa come meta iniziale del percorso che parte dalla montagna ed arriva alla piana.

6° intervento

Il senso del lavoro dei miei studenti mi sembra abbastanza chiaro. In sintesi è’ quello di mettere insieme delle cose che adesso non ci sono. Oggi come oggi, ognuno degli aspetti analizzati va per conto suo, perché ognuno cerca di risolvere da solo le varie difficoltà. Se invece rileggessimo il territorio, specialmente i fiumi e le strutture naturali che tengono insieme tutta questa cosa si potrebbe pensare di trovare delle connessioni che normalmente non ci sono. 

Ora, il progetto diventa questa specie di tessuto di tutte le possibili relazioni, di conseguenza, risolvendo bene ogni singolo problema: dai problemi dell’acqua, ai problemi dell’inceneritore, all’isolamento della montagna, al vivaismo chiuso dentro le sue tecniche chimicamente pesanti e così via. Se si riuscisse a sciogliere le singole difficoltà e se si riuscisse a mettere in relazione le varie realtà commerciali, industriali, agricole, rurali, culturali, di servizio e soprattutto gli abitanti del territorio si riuscirà a legare i vari utilizzi attraverso un metodo ecologico, come pensiero e come realizzazione. Pensiamo che attraverso un sistema complesso fatto di parti diverse dove tutti hanno un ruolo, uno scopo, una funzionalità, si riesca ad apportare uno sviluppo collettivo sia della città che del nostro sistema sociale. Quindi applicando il pensiero delle relazioni, delle connessioni, dei cicli e della rinnovabilità e rispettando la singolarità, nell’annullamento della prevaricazione di interesse e nel rispetto reciproco si potrà ottenere quell’equilibrio dinamico ed in divenire necessario per ottenere una progettazione partecipata che concepisce la vita dei luoghi come vita comunitaria ed a un’uso civico di essi. 

Un modello concettuale e progettuale che potrebbe magari con interessi e peculiarità leggermente diverse, potrebbe essere esportato anche in un contesto come le Ville Sbertoli.

 Luca Privitera

(Direttore Artistico di UltimoTeatro & LabAct Incursioni Urbane)

Durante le due giornate non sono riuscito ad intervenire come volevo. Ogni volta l’organizzazione di qualcosa che ha la pretesa di questo progetto, è faticosa e porta via molto tempo e molte energie. Comunicare con gli invitati, selezionare gli interventi, fare pubblicità, fare comunicati stampa e annunci, intrecciare relazioni e preoccuparsi dell’accoglienza e della sua riuscita. Come sempre, sono stato indaffarato in duemila cose, e non sono riuscito ad assemblare le idee per un discorso vero e proprio. Tengo sempre che gli “ospiti” si sentano a casa loro, e che possano operare al meglio delle condizioni del momento. Quindi la concentrazione per un dialogo chiaro e propositivo devia sempre su altre cose. Però non voglio lasciare per scontati i miei pensieri a riguardo, cercando di fare un piccolo quadro della mia esperienza e delle mie volontà riguardo a questo viaggio comune.

La prima volta che sono salito su alle Sbertoli è stato due anni fa, eravamo una decina di persone armate di macchine fotografiche e telecamere. Mentre io stavo cercando un luogo adatto per procedere sul nuovo progetto (di allora) “Crack”, campagna di sensibilizzazione popolare su carcere, droga e psichiatria, altri di noi erano venuti per curiosità, o solo per ricordare un posto (magico, anche se intriso di dolore) che aveva segnato la loro adolescenza. Si, l’adolescenza. Molti nel corso del tempo mi hanno parlato della cittadella, attraverso leggende e aneddoti. Molti lo frequentano tutt’ora, sia giovani che anziani, insomma persone di tutte le età che salgono il breve pendio, quasi sempre per lo stesso motivo: per passeggiare tra i grandi alberi, per trovare la pace, per vivere l’avventura della memoria. Come scritto in uno dei libri di Cristicchi, dove documenta attraverso interviste le esperienze dei manicomi in Italia, a Pistoia ci si vergognava di questo luogo, anche perché era “lui” (come è successo da altre parti), che a quei tempi aveva reso famosa la città in tutta la penisola. La follia è stata sempre una scusante per allontanare e stigmatizzare la paura dell’incomprensibile e della diversità. Uso diversità perché non credo molto nel concetto di malattia, credo che in ogni essere umano ci siano delle difficoltà e dei luoghi bui dove cresce e si amplifica fino alla degenza il mistero della natura, della vita e dell’ingestibile.

Tralasciando il fascino che può destare un posto così, la cosa che mi ha più colpito è l’autosufficienza architettonica e strutturale che mi si presentava davanti: i dormitori, gli ambulatori, i pollai, i campi coltivati e da coltivare, lo spaccio, la macelleria, i magazzini, gli uffici, gli archivi, la lavanderia, il boschetto e tutto il parco circostante, le strade, le piazzette, e persino l’obitorio. Nella sua decadenza sembrava di oltrepassare una sorta di paradiso dimenticato, dove l’impressione era che tutto poteva entrare, e che invece nella realtà niente doveva uscire. Nello strano mix tra macabri pensieri ed euforia, sono rimasto entusiasta, come in fondo lo erano tutti. Più volte ci siamo girati l’uno verso l’altra, e guardandoci negli occhi abbiamo detto “Perché è tutto in abbandono? Perché non lo riapriamo? Perché non veniamo a vivere qua?”. Domande ingenue, che probabilmente in molti si fanno, una volta varcata la soglia. Abbiamo girato un po tutto, come dei turisti o come dei bambini in cerca delle possibili risposte. Naturalmente il silenzio, solo pensieri circoscritti nella mente di ognuno di noi.

Successivamente siamo tornati più volte, sia per provare, che per vivere il luogo. Piano piano abbiamo pensato di creare degli eventi, di parlarne sempre di più, di trasformare le nostre suggestioni in veri e propri progetti. E dopo poco tempo sono nate le “Folli Merende”. Reduci dalle nostre esperienze organizzative allo Spazio Liberato ex Breda Est, è stato semplice, o quasi, trovare persone che potessero interagire con tutto questo. Abbiamo fatto dei comunicati, ed il materiale arrivato è stato vario e da varie persone: artisti, professionisti, gente comune, attivisti, gruppi formali ed informali – tutti coesi nel gesto “mal sano” di voler far vivere tutta questa desolazione. Nell’anno successivo presi da altre attività collaterali, e parlandone anche con chi non aveva vissuto le nostre esperienze, quasi all’improvviso e con l’arrivo della primavera il pensiero di attivare un percorso di recupero dell’intera area è nato quasi spontaneamente. Perché non richiamare, chi ci ha aiutato l’anno scorso? Perché non chiamare chi non conosce questa meraviglia? Perché non diffondere e ricercare chi ha la necessità, come noi, di riappropriarsi di un bene pubblico di così grande importanza? Ed ecco “Riapriteci il Manicomio”. Un sogno? Un utopia? Un’illusione? Non so, sicuramente un atto dovuto e molto interessante, da non lasciarsi sfuggire.

Grazie al mio lavoro, ho girato diversi manicomi, non perché abbia problemi psichiatrici, o per lo meno non più di altri, ma per necessità legate a quello che faccio. Ho visto San Salvi di Firenze, il Paolo Pini di Milano, il Ferri di Volterra, il Santa Maria della Pietà di Roma ed in tutti questi siti, del tutto simili alle Sbertoli, sia per le peculiarità che per la propria storia, sono stato felice, in un certo senso, di vedere come le varie realtà fossero state re-integrate (chi meglio e chi peggio), non solo con attività legate alla A.s.l., ma con attività di associazioni, di realtà religiose, di ostelli, di teatri, di realtà che gravitano nelle arti in genere, di occupanti, di ristorazioni, di musei, di enti festivalieri, e di quant’altro avesse la sintonia indispensabile per vivere in tali spazi e la necessità fisica di lavorare in loco, rapportandosene non solo con il proprio sostentamento e proseguimento delle attività, ma con la capacità di creare relazioni con la memoria e la città stessa.

Non mi piace il concetto di sociale e di socialità, mi sembra un po’ vago e sempre mal posto, mi interessa di più il senso civico e la possibilità di sfruttare luoghi già esistenti come questi, per realizzare ed in un certo senso proseguire un percorso umano che va verso la direzione del “migliore dei mondi possibili”. E dove, se non meglio di qua, per iniziare tutto questo processo. Perché non trasformare un luogo della vergogna in un luogo della speranza, della crescita personale e collettiva, della ricerca e dell’alterità?

Per questo vorrei un centro di “recupero, re-inserimento e riabilitazione” attraverso le arti, le scienze olistiche e meditative, le nuove tecniche mediche (anti-psichiatria), le attività psico-motorie, i laboratori (ideali e manuali) di varia entità e genere. Una sorta di “non-luogo” fisico e mentale dove le diversità collaborano ed interagiscono per diventare un tutt’uno. Insomma un po come succede in natura, tutti gli elementi nella loro diversità, operano e convivono per creare spontaneamente quell’equilibrio indispensabile, alla nascita della vita ed al suo proseguimento evolutivo. Penso che, se, esistano delle malattie, in questo caso siamo tutti malati e bisognosi di cure, non credo che esista una vera e propria normalità. Caso mai esiste chi si sente normale e chi viene identificato come malato. Ed è questo che porto nel mio essere quotidianamente.

Nel mio percorso lavorativo e di vita ho interagito, più o meno professionalmente e più o meno umanamente non solo con altri professionisti o con le scuole ma anche e soprattutto con tossico dipendenti, con casi clinici di varia entità, con dissociati, spostati, esclusi, sciagurati, umani. Credo che un progetto così, anche se complesso nella sua articolazione e realizzazione si collochi nel rispetto totale del lascito Sbertoli-Mattani e con i suoi scopi, e grazie alla partecipazione dei cittadini e della A.s.l., Comune, Provincia, Regione e Comunità Europea, sono sicuro che si possa realizzare una struttura economicamente autosufficiente, aperta al mondo e capace di dare un servizio pubblico qualificato e qualificante. Oltre misura e oltre qualsiasi preconcetto.

Ed è questo che ho pensato quando ho visitato gli spazi della ex lavanderia, l’attuale residenza dei gatti padroni indiscussi di questa dimora fantasma.

ULTERIORI ALLEGATI

a cura di Alessio Bartolini
Elenco preliminare degli alberi e degli arbusti presenti nel parco delle Ville Sbertoli
1. Specie arboree 
 

A) Latifoglie Leccio Quercus ilex

Sughera Quercus suber
Roverella Quercus pubescens
Cerro Quercus cerris
Quercia rossa americana Quercus rubra
Orniello Fraxinus ornus
Carpino nero Ostrya carpinifolia
Acero campestre Acer campestris
Olmo campestre Ulmus minor
Bagolaro Celtis australis
Tiglio Tilia playiphyllos
Ciliegio Prunus avium
Sambuco nero Sambucus nigra
Fico Ficus carica
Olivo Olea europea
Alloro Laurus nobilis
Oleandro Nerium oleander
Robinia Robinia pseudoacacia
Ailanto Ailantus altissima
Platano occidentale Platanus occidentalis
Albero di giuda Cercis siliquastrum
Nespolo del Giappone Eriobotrya japonica

B) Conifere Pino domestico Pinus pinea
Abete rosso Picea excelsa
Cedro del Libano Cedrus libani
Cedro atlantico Cedrus atlantica var. glauca
Cedro deodora Cedrus deodara
Cipresso Cupressus sempervirens
Cipresso macrocarpa Cupressus macrocarpa
Tuia Thuja occidentalis?

C) Palme Palma orientale Trachycarpus excelsus

2. Specie arbustive Viburno Viburnum tinus
Corbezzolo Arbutus unedo
Biancospino Crataegus monogyna
Prugnolo Prunus spinosa
Alterno Ramnus alaternus
Fillirea Phillyrea latifolia
Bosso Buxus sempervirens
Coronilla Coronilla europea
Ginestra odorosa Spartium junceum

Nota. Si tratta di un primo elenco indicativo, stilato nel corso di un solo sopralluogo (in data 26 giugno 2012), e limitato al solo parco. Alcune specie di interesse ornamentale non compaiono per difficoltà di identificazione sul campo. Inoltre l’esatta attribuzione di alcune specie necessita di una verifica. Ulteriori rilievi, soprattutto nelle pertinenze boschive ed agricole, consentiranno certamente di individuare altre specie. 

Rilievo ornitologico del 26 giugno 2012 (ore 7.00-10.00), Parco delle Ville Sbertoli (Pistoia).  

SPECIE                         CONTATTO        FENOLOGIA(COD. ATL. ORN.)

Tortora                         C                     BE

Cuculo                          C                     BE

Allocco                         T                     BE

Rondone                        O                    BE

Upupa                           O                    BE

Picchio verde                  O                    BE

Picchio rosso maggiore     V                   BE

Rondine                         O (nido)            BC

Balestruccio                   O                     BE

Storno                           O                     BE

Ghiandaia                       T                     BE

Cornacchia grigia             O                     BE

Occhiocotto                    C                     BE

Capinera                         C                    BE

Pigliamosche                   O                    BE

Codirosso                        C (nido)           BC

Pettirosso                        C                   BE

Usignolo                          C                   BE

Merlo                              C                   BE

Cinciallegra                      C                   BE

Codibugnolo            O (juv. dipendenti)     BE

Picchio muratore               O                  BE

Rampichino                       V                 BE

Passera d’Italia                  O                  BE

Fringuello                         C                  BE

Verzellino                         C                  BE

Verdone                           C                  BE

Zigolo nero                       C                  BE

C= maschio in canto

V= verzo

O= osservazione

T= traccia

BE= nidificazione eventuale

BP= nidificazione probabile

BC= nidificazione certa

LE VILLE SBERTOLI – Cenni Storici

Le Ville Sbertoli, situate in un’area a verde di circa 5 ettari, sono composte da 26 plessi di cui 3 ville storiche per un totale di più di 13.000 metri quadrati (54.000 metri cubi). La struttura fu di proprietà di Agostino Sbertoli e della sua famiglia fino al 1920 e già dal 1868 aveva funzione di “casa di cura per malattie mentali”.

Nel periodo successivo che copre il trentennio 1920-1950, le Ville furono gestite da privati che lavoravano in convenzione con la Provincia.

Nel 1950, la Provincia di Pistoia acquistò una parte delle ville, mentre un’altra parte costituiva il “lascito Mattani” comproprietario delle strutture che vincolò l’area alla sua funzione di casa di cura. La città si dotò così di un suo vero e proprio manicomio (nei precedenti 80 anni la casa di cura ospitò “solo” tremila pazienti). In questo periodo vennero effettuati lavori di ampliamento della struttura tramite costruzione di nuovi plessi.

Arriviamo così al 1980 (1978 secondo archivio SIUSA), anno di passaggio di competenza del complesso delle Ville Sbertoli alla USL (ora ASL), in attuazione della nuova legislazione. Fu avviato un percorso di riconversione di alcuni edifici e di abbandono di altri fino ad arrivare alla situazione odierna di totale abbandono.

Per approfondimenti si segnala:

Lo studio di Andrea Ottanelli sulla storia delle Ville (reperibile in parte nel volume: “Le dimore di Pistoia e della Valdinievole: l’arte dell’abitare tra ville e residenze urbane”, Alinea Editrice).

Lo “Studio di fattibilità per l’uso dell’ex Ospedale Neuropsichiatrico” degli architetti Giovanni Battista Bassi e Piero Marello. (realizzato nel 1996 per conto dell’allora USL).

REGOLAMENTO URBANISTICO PER LE VILLE – Il Percorso di Partecipazione

Il regolamento urbanistico (RU) delle Ville Sbertoli è stato redatto a seguito del progetto “Le Ville e la Città” del 2009, commissionato dal Comune di Pistoia e realizzato dallo studio Martini e Associati di Lucca. Lo studio, costato 91.200 €, si è occupato di sondare le proposte della popolazione sul recupero delle ville, attraverso la selezione di tre gruppi di cittadini (uno di tecnici ed esperti, uno cittadini, uno di “custodi della memoria”) e l’organizzazione di focus group.

 Il parere espresso di cittadini non era vincolante, tuttavia “L’amminiztrazione comunale, qualora non intendesse adottare le proposte emerse, si impegna a motivare pubblicamente tale scelta”.

I risultati del percorso di partecipazione sottolineano la volontà di mantenimento delle Ville quale bene pubblico fruibile ai cittadini Pistoiesi e non solo. Emerge la volontà di riferirsi ai privati solo come ultima possibilità e solo con la modalità della gestione.

Le funzione individuate per l’area comprendono: strutture e servizi culturali, strutture e servizi socio-sanitari, luogo per il tempo libero, centro di formazione, strutture turistico ricettive extraalberghiere (ostello, centro congressi, foresteria), terzo settore.

Interessante è poi la proposta di collegare il parco delle ville al Villon Piccini e a Sant’Alessio attraverso percorsi in modo da costituire il nucleo del “Parco Urbano”.

E’ altresì importante sottolineare che dal progetto emerge la volontà di conservazione della memoria del luogo e la necessità di collegare le Ville al resto della città.

REGOLAMENTO URBANISTICO PER LE VILLE – Stato dell’Arte

Il Regolamento Urbanistico delle Ville Sbertoli lo si può trovare nella tabella “ACT13 – Ville Sbertoli”. Esso prevede sia la destinazione di utilizzo dell’area, sia il tipo di intervento concesso sulle palazzine.

Il RU accoglie in buona parte le proposte del progetto “Le Ville e la Città” e prevede per l’area le seguenti possibilita:

– centro di espressività, legato alla produzione e all’esposizione artistica e all’arteterapia;

– centro studi e di documentazione legati al territorio;

– attrezzature e sedi di associazioni culturali;

– spazi per la ricerca scientifica e l’alta formazione;

– spazi per attività didattiche ed educative.

Il RU prevede anche la possibilità di affiancare a queste funzioni:

– attività direzionali (ad es. centro congressi)

– funzioni ricettive extra-alberghiere (ostello, foresteria);

– esercizi di vicinato legati alle funzioni sopraelencate;

– esercizi commerciali per la ristorazione e la somministrazione di alimenti e bevande.

Il RU esclude le seguenti possibilità:

– residenza;

– attività produttive (ad esclusione di artigianato artistico e tradizionale in scala ridotta);

– commercio (eccetto le funzioni sopraelencate)

– attività ricettive di tipo alberghiero.

Proprio su quest’ultimo punto (attività alberghiere) vi è già stata, da parte dell’Amministrazione Comunale, una prima modifica, concedendo la possibilità di realizzazione di un albergo.

In generale, questo RU lascia la porta aperta a quasi tutto; da notare che non viene presa in considerazione la restaurazione dei giardini storici e del parco.

Per il tipo di intervento previsto per ogni edificio rimando alla visione del Regolamento Urbanistico reperibile sul sito del Comune di Pistoia.

PROPRIETA’ DELLE VILLE E DEI PARCHI – Stato dell’arte

Le Ville Sbertoli sono apparentemente di proprietà dell’ASL. Scrivo “apparentemente” in quanto, dal documento catastale dell’area, risulta di proprietà del Comune. Rispondendo a domanda diretta, il Sindaco Bertinelli ha però risposto che la proprietà è certamente comunale. Restano da fare ulteriori verifiche.

Una parte del parco è invece di proprietà della Provincia di Pistoia. Una porzione di questa proprietà è stata data in uso gratuito per 5 o 10 anni (il periodo varia in base ai documenti consultati) all’A.T.C. pistoia 16 come zona di ripopolamento selvaggina a fini di caccia. Si ricerchi la delibera di giunta provinciale n°57 del 24/4/2012 per dettagli.

Per la restante porzione di terreno di proprietà provinciale, stando alla delibera di giunta del 15/03/2012 n°36, al momento ne è esclusa la vendita, anche se rimane disponibile a l’alienazione.

E’ necessario ricordare però, che nel 2005 fu indetta un bando di gara per l’acquisto di due lotti di terreno, il primo di 5 ettari di terreno con annessi agricoli e alloggi e il secondo di circa 6 ettari con annessi agricoli ed alloggi. Uno dei due lotti comprendeva l’ingresso storico alla villa principale (villa Tanzi). Quindi i campi di fronte al cancello della Villa Tanzi, con tanto di strada che scende verso Pistoia, non sono più di proprietà pubblica.

Si veda a proposito, l’interpellanza in consiglio comunale datata 11 novembre 2007 del consigliere Leonardo Soldati.

Ecco alcuni link utili per le Ville Sbertoli:

Rassegna stampa post folle merenda:

LoSnodo.net: 

EsplorazioniUrbane.it:

Il Tirreno:

Regolamento Urbanistico Ville Sbertoli (2010):

Articolo de “Il Tirreno” su modifica R.U. per la realizzazione dell’albergo (2010):

Link progetto partecipativo (2009):

slide richiesta alla regione:

comunicato stampa risultati percorso partecipativo:

slide risultati:

resoconto progetto Regione Toscana:

valutazione progetto Regione Toscana (pagina 26 e successive)

altri link regione toscana:

“L’uomo prigioniero”, progetto-laboratorio culturale per le Ville(2009):

Link alle pagine dell’archivio SIUSA:

Articolo de “Il Giullare” sulle Ville (2010):

Interpellanza Comunale su vendita ingresso storico alle Ville (2007):

Bando di gara per la vendita di 2 lotti dell’area delle Ville Sbertoli

Delibere consiglio provinciale su concessione d’uso e alienazione zone agricole delle Ville

concessione d’uso per ripopolazione selvaggina:

alienazione parte agricola restante:

Vendita patrimonio ASL3 in provincia (2011):

foto lotti in vendita:

Come conclusione

non possiamo far altro che ringraziare tutti per la pazienza avuta,

e nell’eventualità che avvenisse

anche per la futura partecipazione di tutti, sia nella fase progettuale che in quella di realizzazione.

Crediamo fermamente nella nascita di un area di interesse Nazionale ed Europeo

legata all’arte ed alle culture dei popoli

alla biodiversità ed all’eco sostenibilità

alla conoscenza e alla sua diffusione

ai valori legati alla terra ed all’ambiente

al concepimento di una nuova economia e di una nuova etica

alla salvaguardia ed al rispetto del territorio

alle nuove e vecchie tecniche di coabitazione e condivisione

alla progettazione degli spazi cittadini come beni comuni e di pubblico interesse.

Naturalmente avremo molto altro da dire, da scrivere, da fare

e da ripensare. Analizzando, sviscerando e documentando tutte le possibilità

e le vaste interazioni per far in modo che questo frammento

diventa qualcosa di tangibile. Ma ci stiamo lavorando.

Un augurio immenso

e che questo sogno/pensiero si trasformi in realtà,

donando a tutti i cittadini il succo di una vita più consapevole e civica.

Riapriteci il Manicomio. 

Stampato a Pistoia

nel Luglio del 2012

presso Le Fotocopie di Breschi Katia

***

Organizzazione e Realizzazione

a cura di

Collettivo Spazio Liberato Ex Breda Est

UltimoTeatro & LabAct Incursioni Urbane

Gruppo Informale Lo Sbertoliano

 

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