incontro con il dottor LOIACONO

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Impressioni ed immagini delle due giornate di Luca Privitera

Come sempre, quando scrivo e non solo, affronto il discorso o per meglio dire il dialogo in più fasi, cioè opero prima, durante e dopo che i fatti o le cose avvengano, cercando di condurre un percorso in più direzioni e attraverso le diverse fasi. L’idea, l’approccio, l’accadimento, la successiva metabolizzazione. Per questo intreccerò lo scritto che mi ero preparato per presentare il dottore, e che non mai letto e non ho mai fatto (perché l’ho reputato superfluo rispetto a quello che stava accadendo), con alcune riflessioni nate dopo la sua conoscenza fisica, e l’osservazione di quello che è, e, di come lo mette in pratica.

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Ho conosciuto il lavoro di Mariamo Loiacono molti anni fa, indirettamente e attraverso un’intervista fatta al Dottor Antonucci, a proposito di psicofarmaci e cure chimiche su bambini.

Anche se non c’è rapporto tra i due dottori penso che le loro strade siano comunicanti. Come lo sono tutte le strade di tutti quegli uomini che non tentano di controllare gli altri uomini, ma di conoscerli attraverso la propria soggettività, e avviandosi insieme a loro in una nuova direzione. Nella costruzione guidata, a volte dall’istinto (cioè da quelle regole della natura che non necessitano di spiegazioni ma di profondità), a volte dall’analisi intellettuale dell’emisfero umano, per piantare i semi necessari alla nascita e alla conseguente crescita di una nuova società, che non è idealistica o idealizzata, ma pratica e come la definisce lo stesso dottore, di una nuova specie e di una nuova era.

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Quello che mi interessa e che reputo interessante del dottore è l’approccio alla malattia, se così la si può definire, non attraverso l’accanimento terapeutico e farmacologico, ma attraverso la conoscenza interpersonale degli esseri e delle loro dinamiche; dei rapporti familiari e dei rapporti con la società, ma soprattutto con i rapporti interiori ed affettivi. Di quella funzione vitale chiamata “espressione”, e di come grazie ad essa ci rapportiamo alla vita. Mi interessa il suo modo di introdurre alla sua pratica attraverso l’osservazione della società, dei sui risultati, di quello che siamo e di come lo siamo diventati.

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Con la definizione di “espressione” ho ancora nitida la spiegazione di Yves Lebreton, quando durante una lezione disse che essa è “quell’esplosione esterna, della nostra compressione interna”, cioè il modo in cui fuori esce il nostro essere verso l’universo, verso gli altri. Ed in questa che sembra un semplice gioco di linguaggio, si svela qualcosa che semplice non è, ma che di semplicità sopravvive. La vita.

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Penso veramente che le caratteristiche della personalità, inizino a trasformarsi in malattia vera e propria, se malattia è la definizione giusta, quando esse vengono castrate, o peggio ancora si auto castrano a causa dei così detti complessi di inferiorità o di presunta inadeguatezza, o dei tabù sociali, culturali e religiosi, o dei ritmi del lavoro e di come l’immagine collettiva proietti il giusto modo di essere e le sue simbologie (icone) alla collettività – aprendo così le varie soggettività, o per meglio dire le varie persone verso il limbo psichiatrico, verso l’inevitabile morte, verso una sorta di coma vegetale. Che rende la vita un peso e non un dono.

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Mi sono interessato a quello che faceva Loiacono, probabilmente per un senso di auto-terapia o di auto-cura, anche se il mio interesse oltre a definirsi antropologico e culturale era (ed è) legato, puramente, al mio fare teatro. Che oggi come oggi, resta l’unica via di salvezza che mi ha permesso di non impazzire definitivamente. Naturalmente non dico di essere sano, o di non essere a rischio follia, ma cerco, con tutti i miei limiti di migliorare quello che sono attraverso le buone pratiche e la conoscenza.

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In questa ultima definizione, la “follia”, sono concorde con Nietzsche quando afferma che “la follia bisogna meritarsela” .. e sembra che in questa citazione e provocazione, non si definisca la malattia mentale come un difetto ma come il raggiungimento di una sorta di perfezione e di completamento. Per questo (o non soltanto per quello che dice Loiacono), credo si debba parlare di disagio personale o di disagio diffuso. E non di malattia.

Penso veramente che nell’era dell’oggi una serie di fattori, di poteri forti e di pregiudizi concorrano alla cesura di ogni sorta di possibilità, sia nell’autodeterminarsi che nel partecipare attivamente alla così detta “evoluzione”. Con profondità, percezione del reale e concretezza.

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Tralasciando alcuni casi gravi, di non ritorno, e forse anche in questo caso mi sbaglio (semplicemente perché non opero come psichiatra o come dottore), penso che la malattia mentale intesa come difetto o malfunzionamento della macchina umana, non esista. Caso mai esistono delle diversità e delle sensibilità, più o meno spiccate, che ci rendono unici. Ed è in questa nostra unicità che si deve lavorare, in quella stessa unicità che nei nostri tempi, si cerca di omologare e globalizzare, per un effimero senso di semplificazione, di apparente unione, che secondo alcuni ci renderà uguali. Ma uguali a cosa? Uguali a chi, se in questo senso ipocrita di giustizia, si snatura l’origine dell’umanità?

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Non siamo numeri, non siamo codici, non siamo cartelle cliniche, e tanto meno definizioni mediche. Ma esseri umani e soggetti infiniti, che hanno bisogno di accoglienza, comprensione, incontro, dialogo. Anche se gli attuali luminari della psichiatria sembrano non aver tempo da perdere, e preferiscono prescrivere medicinali, invece che conoscere in profondità il soggetto che affrontano.

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Certo parlare oggi in questi termini, nella società dei consumi, dove tutti sono clienti ma soprattutto malati, e, dove tutti devono essere curati, o a tutti gli deve essere venduto qualcosa, non è semplice. Perché non si è liberi in questa che sembra la società delle libertà, dei liberisti e dei liberticidi. Ma soprattutto non si è liberi di sperimentarsi e sperimentare nella collettività, quando questa sperimentazione mette veramente in difficoltà la medicina attuale, o come si dice “quella istituzionale”, che resta una forma di controllo, rendendo schizofrenico tutto, schizofrenizzando se stessa. Per questo mi interessa il lavoro di Mariano, per questo mi interessa il suo concetto di “antropologia dei mutamenti”, per questo trovo interessante quello che dice, quando afferma che “la cura chimica è una cura parziale, che non guarda alla soluzione ma alla narcotizzazione del corpo e del problema”.

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Quando penso alla droga o in questo caso alle droghe, o per meglio dire a quelle sostanze chimiche che dovrebbero in un certo senso curare l’anima e la psiche, penso alle popolazioni antiche, a quelle primordiali, allo sciamanesimo, a quando attraverso esse si facevano delle esperienze extra-corporali ed extra-sensoriali per raggiungere una conoscenza che altrimenti non sarebbe stata collettivizzata, cioè resa di comune accesso a tutti. E come non ricordarle. A volte vedo i dottori come dei maestri della salute, ma inevitabilmente mi accorgo anche attraverso la mia storia personale, che non è così. Non sono dei meccanici (anche se il paragone è rozzo e forse non molto azzeccato), cioè non sono coloro che attraverso la cura mettono in “perfezione, o calibrano, o aggiustano” il corpo dei loro pazienti, ma sostituiscono tutto quello che in natura già esiste, nel corpo umano, attraverso sostanze artificiali che in molti casi ed a lungo andare: avvelenano, debilitano ed impoveriscono quelle funzioni, che già esistono in tutti noi sin dalla nascita. Dico questo, perché soffro di favismo, e anche se può sembrare una sorta di presa in giro, per chi non la conoscesse è un allergia ad alcuni alimenti e ad alcune sostanze (comune nel mediterraneo, come l’anemia) e che in vita mi ha permesso di stare lontano da quasi tutti i medicinali. I vari dottori che ho avuto, di fronte ad una semplice influenza, mi guardavano quasi sempre impotenti, nel non poter compilare i loro ricettari, e quasi impossibilitati nell’agire attraverso la penna, erano costretti, a ricorrere ai detti popolari, e uno dei più usati era “come ti è venuta, così se ne va”. Ed è così che il mio corpo, tralasciando qualche sciroppo, o qualche supposta, che funzionava più da effetto placebo che altro, si è abituato ad affrontare le difficoltà solo ed esclusivamente attraverso se stesso. Ma questa, probabilmente è una mia “fortuna”, che fino ad oggi mi ha tenuto lontano dall’assunzione di tutte quelle droghe sintetiche o anfetaminiche che hanno invaso il mercato di tutte le città, e probabilmente sarà una mi fortuna il giorno in cui avrò bisogno di curarmi attraverso gli psicofarmaci. Accontentandomi così, di trovare altri rimedi.

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Credo a quello che lui dice, quando afferma che una delle vie, anche se non semplice, è riprendersi la propria interezza, riconquistando i pezzi della propria vita. E che solo così ci si può permettere di esprimere noi stessi ed il nostro pensiero e la nostra totalità con l’azione e la conseguente riflessione dei fatti, e, non attraverso le stereotipizzazioni dei mali e delle soluzioni. Credo in quello che dice quando afferma che la prima, cioè la cura puramente chimica (o farmacologica), da sola, non serva a niente, quando non si lavora contemporaneamente in altre direzioni, quando non si lavora sul dialogo, quando non si lavora sul caso specifico umanamente e con acutezza. Credo in quello che dice quando afferma che la cura psichiatrica tratti il pensiero e il suo “malfunzionamento” come una semplice malattia, come lo può essere un raffreddore o il diabete, rischiando di far diventare una delle tante soluzioni, attraverso la diagnosi approssimativa, una delle vie capaci di farci perdere tutto. Il senso di noi stessi, il senso del nostro corpo, il senso di noi nel mondo.

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Il suo parlare di cancro mi ha ricordato il dottor Hammer (per chi non lo conoscesse consiglio di cercare il libro Nuova Medicina Germanica). Il suo parlare di “antichi” e di “primordi” mi ha ricordato Aristotele, un alchimista della psiche. Non vedo in lui la volontà di creare una setta, o una nuova chiesa, ma semplicemente di incontrarsi, di tornare all’utero, di tornare a prima della nascita, al nostro essere totalmente ed unicamente “abbandonati” alla natura e alla naturalezza di noi stessi e di quello che ci ha generati.

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In due giorni di permanenza l’ho visto lavorare continuamente, anche quando sembrava non lo stesse facendo. Interagire, cercare il giusto modo di approcciarsi alle differenze, anche attraverso l’ironia, che è una delle sue qualità e tecniche per tirar fuori i dolori, le paure, o per farle meglio comprendere. Il continuo cercare, e, far trovare a tutti il contatto fisico; la disposizione a cerchio (mai ad anfiteatro, cioè nel senso di spettacolarizzazione, ma come in una sorta di agorà, dove tutti sono osservatori e protagonisti); la possibilità di raccontarsi (senza il giudizio, ma con l’ascolto di tutti); la metodologia della conduzione a girare (cioè l’occasione, a turno, di poter proporre un gioco, un ballo, un’azione collettiva, un determinato discorso, un idea o qualsiasi altra cosa); il trono (dove ci si mette a sedere in braccio a qualcuno, come se si tornasse bambini, per raccontare se stessi, per raccontare un proprio trauma); il continuo spiegare l’etimologia dei termini; l’infusione del coraggio e dell’accettarsi, anche nella totale perdita di se stessi; nel ricordare l’importanza delle emotività che in molti dei casi possono essere qui recettori da dove si può raggiungere, o da dove può avere origine il proprio disagio. Interessantissimo il concetto di festa. La vita è una festa, ed in questa grande festa bisogna saper vivere, conoscere, condividere.

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Parlando sempre di cosa siamo e di come lo esprimiamo, mi viene in mente il lavoro della famiglia Moreno, i pionieri dello psicodramma. Oltre a quello che facevano nel loro percorso di studio, che non si estraeva dalla vita, cioè “la scoperta” non era rinchiusa o delimitata in un laboratorio si simulazione, dove si elaboravano congetture e teorie, ma si confrontava e operava sulla realtà direttamente “su e con i casi” che si ritrovavano davanti. Mi mi colpì molto quando lessi dell’incontro tra Jacob e Freud. Il primo rivolgendosi al secondo disse: «Io inizio dove lei finisce. Lei mette le persone in una situazione artificiale nel suo studio; io le incontro nella loro casa e nell’ambiente naturale. Lei analizza i loro sogni, io cerco di dare loro il coraggio di sognare ancora.»

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Ed è proprio in questo senso, credo stia lavorando Mariano, cioè nel tentativo continuo di dare ai suoi assistiti la possibilità di rifarsi una nuova vita, di ricominciare, di capire dove muoversi per ricostruire il proprio percorso personale.Senza artifici, senza falsità e nella condivisione totale delle conoscenze.

Per far si che la nostra tanto esortata evoluzione non resti un involuzione fatta di: droga, drogati e drogologi, ma di umanità e approfondimenti intellettuali, fisici, emotivi, ma soprattutto terreni. Perché ogni arma mal usata, prima o poi si ritorcerà contro. E visto che noi siamo l’arma più complessa, mai concepita, conviene sapersi usare.

PROGRAMMA

24 -25 MARZO 2013
“Disagio diffuso e salute globale nel terzo millennio”

Un altro punto di vista su conflittualità, attacchi di panico, depressioni, alcolismo, tossicodipendenze, disabilità, disturbi dell’alimentazione, psicosi, ecc.

[ingresso libero]

domenica
ore 16:00 CONFERENZA
ore 20:00 CENA VEGANA (costo 10 euro)
ore 21:30 MUSICA POPOLARE – featuring Francesco, Popi, Serge, Mosè Olviero

lunedì
ore 10:00/13:00 LAVORO DI GRUPPO

per info e prenotazioni 
PATRIZIA 333 1324325
MARIAPIA 339 3709084

in collaborazione con
Gruppo Informale Lo Sbertoliano – Spazio Liberato Ex Breda Est
Fondazione Nuova Specie

Via Don Milani 25 – Spedalino Agliana
CIRCOLO ARCI CITTA’ FUTURA

concerto loiacono copia

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INFO sul progetto del DOTTOR LOIACONO

Il Progetto “Nuova Specie” è nato nel 1966 come risposta di Mariano Loiacono al proprio “disagio” di diciottenne, letto non in termini di “malattia” ma come “spia-sintomo” che rimandava a quattro profonde verità.

Prima verità.
Il disagio personale stava a indicare che non aveva funzionato bene la propria “gravidanza psiché”, cioè la crescita adulta del proprio “mondo interno” programmata e realizzata dalla famiglia, dalla religione, dalla scuola e da altre agenzie che in genere si propongono un tale obiettivo. Questa crescita inadeguata o parziale non gli permetteva di esprimere tutta la propria specificità. Come indica l’etimologia della parola “disagio”, si sentiva di “non giacere vicino”, di “essersi allontanato” da se stesso, dal proprio intero, da “ciò che solo io sono”. Questo disagio-allontanamento si faceva vedere e sentire concretamente nella sua vita attraverso i diversi sintomi-difficoltà che avvertiva in se stesso e nei diversi rapporti.

Seconda verità.
Prima di esporre questa seconda verità è utile fare una premessa. L’Uomo per fare “teoria” sulla vita – cioè per cercare di “vedere-osservare-contemplare” cosa è la vita, qual è il senso del viaggio che la vita sta percorrendo -, si è avvalso da sempre e si avvale ancora di tre punti di vista o epistemologie: “mitico-religiosa, filosofica, scientifica”. Dopo aver prodotto la propria “teoria” sulla vita, ogni punto di vista-epistemologia ha fatto e fa scaturire una propria “prassi”: cioè definisce e decide “come” vivere la vita, cosa fare praticamente ogni giorno, che cambiamenti adottare, cosa far crescere o distruggere, cosa preservare o far modificare delle realtà esistenti, come far avvenire la gravidanza psiché degli esseri umani che devono diventare adulti ecc..

Ora, se nell’esperienza personale tutte queste agenzie di crescita erano state inadeguate, bisognava dedurre che erano da considerare inadeguati-limitati i vari “punti di vista” o epistemologie che le avevano generate, strutturate e mantenute in vita.

Terza verità.
La soluzione non stava nel trovare un rimedio per i sintomi in sé (“soluzione sintomatica”) ma nel cercare e definire un “nuovo” punto di vista, una “nuova” epistemologia che fosse meno parziale delle precedenti, o meglio, che fosse “globale” e potesse generare un “metodo globale” in grado di sanare in profondità i sintomi-difficoltà, rigenerando l’individuo nella sua interezza e facendolo tornare in agio, ovvero vicino a se stesso, al proprio intero, a “ciò che solo io sono”. Una simile rigenerazione avrebbe fatto venir fuori una nuova qualità di vita non solo nel rapporto con se stesso, ma in tutti i suoi rapporti, sì da caratterizzare una “specie” evolutivamente “nuova”.

Una simile “epistemologia globale” non poteva nascere allo stesso modo delle altre. Infatti, le tre epistemologie storiche (“mitico-religiosa, filosofica, scientifica”) erano state messe a punto dall’Uomo a partire dal codice “verbale” o delle “parole” (“verbum” in latino significa “parola”): un codice mai prima utilizzato nella storia della vita. Bisognava, allora, mettere a punto e definire un “nuovo codice” che fosse esso stesso globale e rispettasse tutti gli altri codici che sono comparsi nell’antico viaggio della vita su questa terra, che dura da quattro miliardi e mezzo di anni.

Quarta verità.
Essendo una spia delle radici vitali divenute inadeguate, il disagio personale progressivamente sarebbe diventato “disagio diffuso” a tutti gli individui, a tutti i gruppi, a tutte le istituzioni, indipendentemente dall’età, dal ceto sociale, dalle condizioni di vita, dalla scolarità, dalle epistemologie adottate, dalle etnie di appartenenza, ecc.. Bisognava, dunque, darsi da fare subito e lavorare in anticipo per questo “progetto nuova specie”, nonostante gli indicatori di vita nel 1966 fossero abbastanza efficaci ed efficienti sul piano economico, politico, tecnologico, religioso.

per altre info visita http://www.nuovaspecie.com/IT/files/index.php http://metodoallasalute.blogspot.it/ https://www.facebook.com/progettonuovaspecie

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